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Dal Corriere della Sera
Oltre i limiti dell’uomo
Come correre i cento metri in 8 secondi
I record sportivi sono sempre migliorabili o esiste il risultato
perfetto? L’evoluzione della specie atletica dipende dai muscoli. Ma
anche da cervello, genetica e barbabietole
«Incontrerai tanti ostacoli. Molti solleveranno dubbi sulla
realizzabilità dei tuoi progetti. Compirai tanti errori. Ma se
lavori sodo, se ci credi, se hai fiducia in te stesso e in quanti ti
circondano, non ci sono limiti. (…) Perché credetemi, i sogni si
realizzano davvero». Certo, se ti chiami Phelps e batti tutti i
record vincendo otto medaglie d’oro all’Olimpiade di Pechino 2008
puoi anche scrivere un’autobiografia dal titolo eloquente (No limits)
e pensare che il tuo esempio trascinante possa spostare più in alto
l’asticella non solo della prestazione atletica, ma anche di quella
che Barthes definiva «una certa idea dell’uomo e del mondo,
dell’uomo nel mondo. Quest’idea è che l’uomo si definisce pienamente
attraverso la sua azione e l’azione dell’uomo non è dominare gli
altri uomini, è dominare le cose».
«Quest’idea» però fa passi da gigante con gambe sempre più evolute,
come quelle di Bolt, showman della velocità nell’atletica. Viene
portata avanti da braccia che sembrano infinite come quelle di
Phelps. Corre senza fermarsi mai, grazie ai fachiri della maratona.
Il talento naturale e l’evoluzione della specie atletica sono il
motore di tutto, per andare a caccia di nuovi confini: «Tutti gli
studi più seri — spiega Enrico Arcelli, docente di Fisiologia degli
sport di squadra a Milano e autore di venti libri tra cui il
classico Correre è bello — dicono che siamo vicini al limite. Stiamo
parlando comunque di una proiezione di risultati sulla base di
un’estrapolazione matematica, non in base ai parametri fisiologici».
Qualcuno, magari in maniera un po’ furbetta, ha compiuto un balzo
nel futuro: John Brenkus, giornalista e divulgatore scientifico
(conduce Sport Science su Espn) ha scritto The Perfection Point
diventato un bestseller negli Usa. Secondo i calcoli di Brenkus il
9”58 di Bolt sui 100 metri piani diventerà 8”99. Ma con calma,
ovvero nell’anno di grazia 2911, che è pure dispari e quindi non
sarà nemmeno tempo di Olimpiade. Il maratoneta più veloce arriverà
al traguardo molto prima, nel 2245 scendendo a 1.57’57” (oggi siamo
a 2.03’38”). Il primato nei 50 metri stile libero, oggi a 20”91,
arriverà in un anno olimpico, il 2256, quando basteranno 18”15 per
il record.
«Ci sono tanti fattori da tenere in considerazione — spiega ancora
Arcelli — come l’alimentazione. Degli studi recenti, come quelli del
Karolinska Institutet di Stoccolma, sono sorprendenti: si è
dimostrato che certe verdure come lattuga, spinaci, coste e
soprattutto barbabietole migliorano la prestazione di tipo aerobico.
Bastano porzioni di 200 grammi e l’effetto è sia di tipo acuto,
sulla singola prestazione, che di tipo cronico, se si assumono
regolarmente questi ortaggi: nel primo caso si va più forte perché
diminuisce il “costo” della corsa, nel secondo si verifica un
aumento dei mitocondri, che sono le centrali energetiche del
muscolo. Tra le bevande, o meglio tra i gel da assumere nelle gare
più lunghe, si è scoperto che le classiche maltodestrine, abbinate
al fruttosio e alla giusta dose di caffeina sono il carburante più
efficace: con questo mix l’assorbimento intestinale viene favorito e
il muscolo viene rifornito molto meglio. Ma non ci sono solo i
muscoli — osserva Arcelli, aprendo tutt’altro scenario — : ci sono
parecchi margini di miglioramento anche dal punto di vista della
mente: degli studi sui fondisti keniani ad esempio hanno dimostrato
quanto la componente “culturale” sia fondamentale per il loro
successo…».
La «fame di vittorie» quindi non è solo un luogo comune. Certo
l’ingegneria di base dev’essere di qualità. «Phelps è Phelps perché
la natura lo ha dotato di mezzi straordinari — sottolinea il
professor Stefano Tamorri, direttore del Corso di Laurea “Coaching
in Sports” della Newport Research University e autore di
Neuroscienze e sport — ma tra questi mezzi d’eccezione c’è anche la
testa. Non solo per quanto riguarda le motivazioni o la capacità di
gestire le pressioni, ma proprio dal punto di vista neuronale. Per
il futuro l’obiettivo dovrebbe essere quello di fare nuove sinapsi,
per ottenere un passaggio di informazioni ancora più veloce, anche
se in questo senso siamo quasi all’anno zero. Ma già oggi la
capacità di “processazione” delle informazioni di Totti o di Messi,
di astrarre cioè quello che deve essere fatto in centesimi di
secondo, va studiata e allenata ogni giorno. Come del resto le
componenti psicologiche. Gli strumenti per l’atleta del futuro? Ho
avuto in prova un macchinario francese ricavato da quelli utilizzati
per gli astronauti russi per stimolare le abilità mentali, ma non mi
ha convinto. L’ideale sarebbe avere la possibilità, come oggi
misuriamo la massa grassa applicando degli elettrodi, di misurare
anche altri processi, come la velocità di trasmissione dell’impulso
nervoso».
Se c’è ancora da lavorare (e molto) sulle teste, anche dal punto di
vista biomeccanico, per quanto riguarda cioè l’economia del gesto
tecnico, i margini non mancano: «È vero — conferma Pietro Enrico di
Prampero, ordinario di Fisiologia umana a Udine e per parecchi anni
direttore scientifico dello «European Journal of Applied Physiology»
— ma intendiamoci: quello che per la fisiologia biomeccanica è
ampio, si traduce in pochissimi centesimi. In questo senso sono
interessanti sia gli ultimi studi su Bolt, che sullo sprinter
francese Lemaitre. Se il giamaicano distribuisse in modo diverso
l’accelerazione potrebbe guadagnare qualcosa fin da subito: sembra
un aspetto scontato, ma serve un lavoro di anni per riuscirci. E se
l’unico fuoriclasse bianco dei 100 metri sfruttasse meglio la spinta
iniziale, eccezionale anche in raffronto all’intera popolazione di
sprinter di vertice, potrebbe mettere ulteriormente in difficoltà
gli avversari».
Su due aspetti, oltre che sulla (fondamentale) importanza
dell’allenamento della mente per migliorare le prestazioni,
concordano tutti: «Le donne potranno evolvere maggiormente le loro
prestazioni perché si sono affacciate tardi allo sport di vertice e
oggi si allenano sempre meglio — sintetizza di Prampero — e nel
nuoto potremo avere più facilmente nuovi primati, perché la tecnica
gioca un ruolo enorme e il margine di miglioramento biomeccanico
quindi è maggiore. Senza contare che la donna è strutturata meglio
proprio per il nuoto: la distribuzione del grasso corporeo fa in
modo che galleggi più facilmente e quindi il suo dispendio di
energie è minore». Ma il futuro, come il presente, nasconde anche
altri aspetti: «Il doping genetico — chiude di Prampero — è una
nuova frontiera che si apre: sarà possibile ad esempio inserire dei
vettori virali nei muscoli degli atleti per produrre Epo». La
ricerca del limite assoluto rischia di diventare una sfida da
vincere ad ogni costo.
Paolo Tomaselli |
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