Dal 1998, tanti tentativi di imitazione!                       

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Notizie dal Mondo della Grande Atletica: articoli e comunicati ripresi dalla Gazzetta dello Sport,
dai siti Fidal.it e Iaaf.org
Mattuzzi e Dini, pronostici rispettati: sono campioni italiani
Grazie al lavoro delle lepri keniane, ottima prestazione cronometrica per i due annunciati dominatori
Pioggia, folate di vento, temperatura sotto i 10 gradi. I campionati tricolori dei 10.000, ben organizzati dalle Fiamme Oro di Padova sulla nuova pista dello stadio Kennedy di Monselice, si sono svolti ieri pomeriggio in un clima davvero autunnale. Sul piano agonistico non sono però mancate alcune prestazioni di rilievo soprattutto nella prova femminile.
ISABEL MATTUZZI Grande protagonista la giovane trentina Isabel Mattuzzi, classe 1995, che ha tenuto fede ai pronostici della vigilia con una prestazione cronometrica da circolino rosso. Ben lanciata dalla keniota Lenah Jerotich con passaggi regolari da 3.15 al chilometro, l’allieva di Dimitri Giordani è transitata ai 5 km in 16.18 staccando proprio a metà gara la sua diretta avversaria Giovanna Epis. Messo in cassaforte il suo primo titolo tricolore assoluto, la fondista trentina ha continuato a mantenere un ritmo notevole sino al traguardo superato in 32.36.50. Polverizzato il suo precedente primato di 33.43, la Mattuzzi nelle prossime settimane andrà a caccia del minimo mondiale ed olimpico sui 3000 siepi. Impresa che, alla luce del risultato di oggi, sembra facilmente alla sua portata. Alle sue spalle seconda piazza per Giovanna Epis con 33.28.75, pagando una prima parte di gara troppo veloce per una maratoneta come lei. Terzo posto con tanto di primato personale per l’emiliana Maria Chiara Cascavilla con 34.09.53, mentre il titolo promesse è andato alla piemontese Michela Cesaro’ con 35.23.27.
LORENZO DINI Nessuna sorpresa neanche in campo maschile per quanto il nome del vincitore, il livornese Lorenzo Dini. In una situazione climaticamente peggiorata rispetto alla gara femminile, con pioggia battente e temperatura sempre in ribasso, è stato il keniota Paul Tiongik a lanciare il gruppo con ritmi da 2.52 al chilometro. A metà gara, con passaggio ai 5 km in 14.20, nella sua scia era rimasto solo il giovane mezzofondista toscano allenato da Stefano Baldini. I suoi principali avversari Nekagenet Crippa ed Italo Quazzola si erano già staccati da tempo dal duo di testa. Tiongik ha continuato a fare diligentemente lepre a Dini sino al 7 km. Poi si è fatto da parte. L’ ultima parte di gara ha visto l’atleta delle Fiamme Gialle calare inevitabilmente il ritmo, conquistando comunque, con ampio margine, il suo primo titolo tricolore con 28.51.99. Nel suo futuro a breve termine ci sarà l’esordio in maratona. Probabilmente entro fine anno. Alle sue spalle hanno poi completato il podio i sopracitati Nekagenet Crippa 2° con 29.24.47 ed Italo Quazzola 3°con 29.38.56, mentre il titolo promesse è stato conquistato dal piemontese Dario De Caro con 29.41.42.



Yokohama: azzurre bronzo nella 4x400!
Terzo il quartetto femminile del miglio, quarta la mista alle World Relays. Bottino pieno dell’Italia con cinque staffette su cinque ai Mondiali di Doha. DIRETTA STREAMING su RaiPlay Sport 1
Storica medaglia di bronzo per la 4x400 azzurra alle World Relays di Yokohama, in Giappone. Ai Mondiali di staffette Maria Benedicta Chigbolu, Ayomide Folorunso, Giancarla Trevisan e Raphaela Lukudo chiudono terze in finale con il tempo di 3:27.74, alle spalle della Polonia (3:27.49) e degli Stati Uniti (3:27.65), e guadagnano l’accesso ai Mondiali di Doha (27 settembre-6 ottobre). Straordinario bottino pieno a Yokohama per gli azzurri che piazzano cinque staffette su cinque nella rassegna iridata d’autunno, anche grazie alla vittoria nella finale B della 4x400 maschile (Daniele Corsa, Michele Tricca, Edoardo Scotti, Davide Re in 3:02.87. Nella 4x400 mista, quarto posto in rimonta di Giuseppe Leonardi, Virginia Troiani, Chiara Bazzoni e Alessandro Sibilio (3:20.28). È in corso la giornata conclusiva, che attende in finale anche le 4x100 italiane, dopo il super Day-1 degli azzurri.
4x400 donne - Splendido bronzo della 4x400 femminile azzurra, in lotta per le primissime posizioni fino alla fine. Nella frazione di avvio è confermata Maria Benedicta Chigbolu, quarta al cambio con Ayomide Folorunso che al momento di uscire dalla corsia è quinta, ma va in caccia delle quattro che comandano la gara e diventa terza. Poi le due atlete che ieri erano state impegnate nella mista: Giancarla Trevisan si difende bene, stringe i denti al quarto posto, fino a cedere il testimone con l’Italia di nuovo terza. Appassionante l’ultima frazione, con Raphaela Lukudo sempre in controllo della situazione. Nel rettilineo opposto viene superata dalla statunitense Courtney Okolo, è quarta, ma nel finale sorpassa la Giamaica. L’azzurra si butta nella mischia e combatte addirittura per la vittoria, che va alla Polonia (3:27.49) davanti agli Stati Uniti (3:27.65). Terza l’Italia in 3:27.74, con la certezza della qualificazione ai Mondiali di Doha per tutte e cinque le staffette.
4x400 uomini - Obiettivo centrato anche per la staffetta del miglio maschile. Gli azzurri vincono la finale B alle World Relays di Yokohama e conquistano la qualificazione ai Mondiali di Doha. La squadra italiana, chiamata alla prova d’appello, risponde presente con il successo in 3:02.87. Partenza dalla settima corsia, anche oggi con Daniele Corsa, poi Michele Tricca è in quarta posizione, supera la Cina e cambia al terzo posto. Tocca a Edoardo Scotti e il campione mondiale under 20 della 4x400 trova spazio nel gruppo di sei atleti. Il testimone passa a Davide Re, l’unico inserimento rispetto al quartetto della batteria dopo aver corso nella mista di ieri, che è ancora terzo e si lancia all’inseguimento dei primi due: sorpasso sulla Francia, nel rettilineo conclusivo scavalca anche il ceco Pavel Maslak e resiste al rientro del transalpino Fabrisio Saidy, secondo in 3:02.99.
4x400 mista - In questa gara gli azzurri sono già sicuri del pass iridato per Doha, ottenuto nelle batterie di ieri, e in rimonta si prendono un bel quarto posto in finale. Debuttano nella manifestazione Giuseppe Leonardi, quinto al cambio, e Virginia Troiani che passa il bastoncino in sesta posizione a Chiara Bazzoni, a lungo settima ma poi quinta. Con le prime tre squadre ormai distanti, la chiusura di Alessandro Sibilio vale il recupero per arrivare quarti in 3:20.28. Sul podio Stati Uniti (3:16.43), Canada (3:18.15) e Kenya (3:19.43). 

Maratona di Praga, che donne: Salpeter record, Stefani e Bertone da urlo
Due azzurre nelle prime dieci: 2h31' per la pediatra, 2h33' per la neo 33enne. Intanto l'israeliana stabilisce il terzo tempo europeo di sempre

Soffia forte il vento su Praga, quasi a spegnere le candeline su un’immaginaria torta del 25° compleanno della Volkswagen Prague Marathon che si è corsa ieri mattina con oltre 10mila persone al via, di cui 5000 stranieri, provenienti da tutto il mondo.
Una gara non facile; vento forte, temperatura di 5 gradi e un percorso tutto in città fatto per diversi tratti di sampietrini e ponti per andare da una parte all’altra del fiume. Ma è spettacolo per il cuore e per gli occhi correre a Praga e lo confermano i 400 italiani presenti. Alla maratona di Praga comunque si può anche correre forte e lo confermano i tanti buoni tempi cronometrici segnati dai top runner. Intanto il vincitore di giornata, il marocchino Almahjoub Dazza che taglia il traguardo in Piazza Vecchia in 2h05’58”, un crono molto vicino al suo personal best fatto a Valencia. Un passaggio al 5km in 14’49”, un ritmo davvero veloce che faceva già presupporre un sub 2h05’ e nuovo primato della gara. Passaggio alla mezza maratona in 1h02’51”.
Secondo e terzo posto di matrice etiope con Dawit Wolde in 2h06’18” e Aychew Bantie con 2h06’23”. Primo italiano in classifica è Matthias Walter che si è piazzato 57° in 2h39’27”.
Protagonista assoluta della giornata è stata però l’israeliana Lonah Chemtai Salpeter che ha vinto la gara femminile in 2h19’46”, un crono davvero di grande livello considerata la giornata molto ventosa ed il percorso fatto di saliscendi. L’atleta, allenata dal marito con la consulenza di Renato Canova, l’abbiamo conosciuta in Italia a fine novembre 2018 quando già impressionò facendo 2h24’ alla Firenzemarathon. Il progresso è stato notevole: “L’obiettivo era passare alla mezza maratona in 1h10’45” – fa sapere a fine gara Lonah – cosa non facile, considerato il vento a oltre 20km/h. Si è formato un gruppo di cinque atlete e abbiamo corso sul ritmo dei 3’18”-3’20” al km e siamo passate a 1h10’12”. Sono poi riuscita a mantenere questo passo anche nei chilometri successivi con l’aiuto della lepre che è stata con me fino al 28km. Ho visto che potevo farcela a fare un sub2h20’, ho corso poi in 32’37” tra il 30-40km e ho tenuto ancora il passo fino alla fine facendo il ‘negative split’ nella seconda metà di gara facendo 1h09’33”. Oggi ho fatto così il mio nuovo personal best, il primato della gara ed il record nazionale israeliano. Non posso che essere soddisfatta di una giornata così”. Il risultato di Lonah Chemtai Salpeter è il terzo tempo europeo di sempre e il quarto al mondo di questa stagione. 2h22’39” è il tempo della marocchina Shitaye Eshete seconda al traguardo, mentre è etiope Genet Yalew, terza classificata in 2h24’34”.
Sorride però l’Italia e questo grazie a due donne straordinarie che finiscono nella top ten. Settima è infatti la valdostana Catherine Bertone che conclude in 2h31’07”, mentre è nona Elisa Stefani in 2h33’36” che fa una gara magistrale, andando a migliorare di quasi 4 minuti il suo primato personale. Annientato il precedente 2h37’54”. La particolarità è che Elisa ha compiuto 33 anni nella giornata di sabato, mentre per la Bertone il compleanno sarà lunedì 6 maggio: “Festeggio bene questi 47 anni – fa sapere Catherine, pediatra nella vita di tutti i giorni – Se appena tagliato il traguardo ero un filo delusa, con il passare delle ore mi rendo conto che questo è un gran bel risultato. La gara non è stata affatto facile, come presupponevo sono rimasta da sola dal 25°km e ho dovuto davvero dare tutta me stessa. Ho preparato con molta attenzione questa gara, a gennaio ero completamente in ritardo con la preparazione per vicissitudini personali dei mesi precedenti. C’è da gestire sempre una famiglia e i tempi con il lavoro, ma dopo Napoli Half Marathon e la mezza di Santander a Torino è sempre andato tutto per il meglio”.
E’ raggiante anche Elisa Stefani: “Ieri scherzando dicevo che avrei voluto fare 2h33’, con 33 come i miei anni e così è stato. E’ un risultato che ho cercato e fortemente voluto con tanto impegno di questi mesi. Gli ultimi allenamenti e gare mi dicevano questo, ma è chiaro che finché non lo fai realmente sono solo parole”. La personal trainer Stefani è un fiume in piena: “Il mio ultimo infortunio risale a gennaio 2018, ci ho messo un anno e mezzo a preparare questa gara, sono totalmente cambiata e sono ancora ‘in costruzione’. Credo anche che questo risultato sia migliorabile, magari in un gara con condizioni meteo migliori di oggi e con un percorso più scorrevole. Tra i tanti ringraziamenti di oggi non possono mancare quelli al mio allenatore Maurizio Di Pietro”.
Nota tecnica, essendo la Volkswagen Prague Marathon una IAAF Gold Label Road Race i primi cinque uomini e le prime cinque donne, inclusa la statunitense Kellyn Taylor in quarta posizione, sono già qualificate in automatico per le Olimpiadi di Tokyo 2020, anche se soggette alla selezione da parte della federazione nazionale di appartenenza.
Gli organizzatori della Volkswagen Prague Marathon infine supportano le direttive anti-doping Iaaf e si battono per uno sport pulito.
RISULTATI UOMINI
1. Dazza Almahjoub | BRN | 02:05:58
2. Wolde Dawit | ETH | 02:06:18
3. Bantie Aychew | ETH | 02:06:23
4. Kipruto Amos | KEN | 02:06:46
5. Yego Solomon Kirwa | KEN | 02:07:30
6. Daoud Hamid Ben | ESP | 02:08:14
7. Maina Paul Muchemi | KEN | 02:09:17
8. Amare Girmaw | ISR | 02:09:54
9. Kimutai Nicodemus Kipkurui | KEN | 02:10:00
10. Kifle Goitom | ERI | 02:10:18
RISULTATI DONNE
1. Salpeter Lonah Chemtai | ISR | 02:19:46
2. Eshete Shitaye | BRN | 02:22:39
3. Yalew Genet | ETH | 02:24:34
4. Taylor Kellyn | USA | 02:26:27
5. Cheruiyot Lucy | KEN | 02:27:16
6. Jepkurgat Hellen | KEN | 02:29:10
7. Bertone Catherine | ITA | 02:31:07
8. Sexton Leslie | CAN | 02:31:51
9. Stefani Elisa | ITA | 02:33:36
10. Nukuri Diane | USA | 02:33:38

Mondo: asta, terremoto generazionale
Dopo Duplantis, Karalis e Lillefosse, ecco il fenomeno Zhoya. Suhr 4,91 a 37 anni. Il comeback di Andre De Grasse. In arrivo grandi mezze a Praga e Berlino.
E' un mondo strabiliante quello del salto con l'asta, dove convivono generazioni tra loro molto distanti per età e formazione. L'ultimo fine settimana è l'esempio più calzante. Negli Stati Uniti la veterana Jennifer Suhr, nata Stuczynski, un titolo olimpico e uno mondiale indoor, 37 anni compiuti in febbraio, ha saltato 4,91 alle Texas Relays di Austin, sesta prestazione di una carriera lunghissima e iniziata tardivamente, a ventidue anni. In Australia l'appena 16enne Sasha Zhoya, franco-canadese nato il 25 giugno 2002, si è superato volando in agilità sopra i 5,56, nuova miglior prestazione mondiale Under 18. Ventun anni di differenza tra i due, oltre un quinto di secolo, a sancire la bellezza di una specialità che è capace di stupire per la precocità dei suoi talenti in fiore e della longevità degli interpreti più esperti e determinati a continuare a volare.
E' il proposito, mantenersi tanti anni al vertice, espresso poche ore fa anche dal campione europeo indoor Pawel Wojciechowski, che non è più un giovanotto ma che è uscito entusiasta dalla stagione indoor, esprimendo la volontà di restare ai vertici per altri dieci anni, fino alla soglia del quarantesimo anno di età. L'asta è attualmente, tra le tante specialità dell'atletica leggera, la fucina più grande di talenti che sbocciano precocemente. Ne è testimonianza l'ultimo triennio di volteggi maschili firmati da fenomeni quali lo svedese con doppio passaporto Armand Duplantis e il greco Emmanouil Karalis, con in subordine il norvegese Lillefosse. A Duplantis, Zhoya è accomunato dalla doppia nazionalità, francese e australiana. Proprio a Karalis, Zhoya ha soffiato la miglior prestazione mondiale Under 18, ex-categoria allievi, salendo un centimetro oltre il limite del greco nel quadro delle gare Under 20 dei campionati australiani di Sydney, che termineranno domenica 7 aprile.
Il teenager Zhoya ha gareggiato anche in Francia nell'inverno, vincendo il titolo indoor di categoria di 5,32, poi è rientrato nella sua abituale sede di Perth, dove ha stabilito già con 5,40 il limite Under 18 dell'Oceania e del Commonwealth. Ora il miglioramento, imponente, fino a 5,56, celebrato come world best sia da parte australiana che francese. In lui, fuoriclasse predestinato con mezzi fisici straordinari, che già chi vede la suggestione futuribile di un nuovo asso del decathlon. Versatile e eccellente su più fronti, ha dalla sua parte numeri forti soprattutto sugli ostacoli, dove quest'anno è stato capace di correre i 60hs in 7.48 (altro world best U18, eguagliato) e addirittura due anni fa in 13.24 i 110hs (sempre con barriere da 91,4 centimetri). Ha vinto in gennaio un decathlon di categoria con 7.271 punti, ma è il salto con l'asta che fa di lui il nuovo tesoro dell'atletica giovanile. Quasi mezzo metro più su rispetto al 2018, e siamo solo a un quarto dell'anno nuovo.
TEENAGERS WORLD: GIAMAICA - Mentre Zhoya saltava sul mondo, ai seguitissimi ISSA/Grace Kennedy Boys and Girls Championships di Kingston furoreggiavano le gemelle Clayton e l'altro versatile talento Wayne Pinnock.
L'inesauribile serbatoio giovanile caraibico ha prodotto la fantastica coppia di gemelle, Tia e Tina, nate nell'agosto del 2004, che da inizio anno fanno parlare di sé per la vertiginosa crescita, obbligandoci a occuparcene per la terza volta in un mese di report esteri. Prima Tia, 11.37 e poi 11.32 ventoso sui 100, e poi Tina con 23.25 sui 200. Agli ISSA Champs, boom di Tina sui 100 in 11.27, il crono più veloce mai corso da una ragazza di soli 14 anni. Sul fronte maschile, la firma sui campionati è quella di Pinnock, 13.06 controvento sui 110hs con ostacoli da 99 centimetri e 8,05 nel lungo, primo over-8 legale dopo che le prime gare della stagione l'hanno già portato a 8,14 e 8,10 con vento oltre norma.
L'EREDITA' - La luce del dopo-Bolt, ancora flebile, disegna un alone su altri candidati del pianeta Giamaica: Oblique Seville (18 anni e 10.13), Jeremy Farr (18, 45.65 sui 400), il non ancora 18enne Farquharson (1:48.67 sugli 800). Dalle ragazze, oltre le precocissime gemelle Clayton, numeri sensazionali per le altre sprinter Ashanti Moore (18 anni, 11.17), la Kevona Davis già citata in queste pagine (17 anni è già l'anno scorso a 11.16 e 22.72) e la stellina di sprint e ostacoli Ackera Nugent, ancora non 17enne, che ha firmato i 100hs in 12.91 controvento, ovviamente con le barriere da 76,2 centimetri. A proposito di Bolt-eredi, colui che sembrava poterne seguire le tracce, il canadese Andre De Grasse, è finalmente rientrato dopo lunghissimo stop per infortunio, da ultimo frazionista del team canadese della 4x100 che ha vinto la serie migliore delle gare di staffette veloci alle Florida Relays di Gainesville. Con Smellie, Brown, Rodmey e De Grasse, il display ha segnato il crono più veloce al mondo dei primi tre mesi dell'anno, in 38.34.
COMING SOON, OCCHIO AL CRONOMETRO - In arrivo un fine settimana di gare su strada di grande interesse: a Praga una mezza maratona che si preannuncia nuovamente foriera di crono sensazionali soprattutto al femminile, con le keniane Fancy Chemutai e Caroline Kipkirui (65:07), la primatista asiatica Alia Mohammed Saaeed e l'oro europeo dei 10000 metri, l'israeliana di origini keniane Lonah Chemtai Salpeter (67:55) e l'americana bronzo mondiale Amy Cragg. Tra gli uomini, keniani di primo piano e l'ex-recordman europeo di maratona Sondre Nordstad Moen. Sulla distanza della mezza maratona c'è anche il possibile exploit a Berlino, annunciato dalla olandese primatista europea Sifan Hassan, che ora mira al record del mondo. Per questa gara, la Hassan ha rinunciato alla selezione nel mondiale di cross di Aarhus, e ha trascorso un lungo periodo di preparazione in Etiopia.
MARATONE, ASPETTANDO LE BIG RUN - Alcune 42km antipasto da un capo all'altro del mondo, prima del pasto completo con le grandi corse di primavera: a Daegu l'ennesimo ritorno dell'ex-primatista del mondo Dennis Kimetto, a Vienna buoni interpreti keniani (Kirwa, Keter) con ugandesi in agguato (Kiplimo, Mutai), sull'onda dell'entusiasmo per il doppio colpo iridato nel cross di domenica scorsa. Tra le donne, l'espertissima Nancy Kiprop a caccia del terzo successo consecutivo nella capitale austriaca, e la tre volte vincitrice a Roma, l'etiope Rahma Tusa. A Hannover, il primatista tedesco Gabius contro i keniani.

Kawauchi verso le 100 maratone: storia di un fenomeno
Il giapponese potrebbe totalizzare entro fine anno la cifra tonda in meno di 11 anni di attività: numeri impressionanti per un personaggio davvero particolare
Il maratoneta giapponese Yuki Kawauchi, 32 anni compiuti lo scorso 5 marzo, non è certo nuovo nelle nostre cronache. Super stakanovista della maratona, lo scorso 3 marzo a Otsu, in Giappone, ha portato a termine in 2.09.21 la sua 92° gara. Il tutto in meno di 11 anni di attività. Il suo esordio risale infatti al 2009, quando a Oita finì ventesimo in 2.19.26. Nello stesso anno Yuki corse altre poi due maratone: nel 2010, soltanto due, che diventarono cinque nel 2011, nove nel 2012, undici nel 2013, addirittura tredici sia nel 2014 che nel 2015. Cifre da record anche nel 2016 con nove gare, nel 2017 dodici gare e nel 2018 undici gare. Quest’anno Kawauchi ha già corso tre maratone: ripetesse entro fine anno lo stesso numero di gare del 2018 toccherebbe lo straordinario numero di cento maratone. Al di là della enorme cifra, ci sono almeno altre tre cose da sottolineare.
CITY RUNNER Kawauchi non è un atleta professionista della corsa, bensì un impiegato statale con le sue canoniche 40 ore di lavoro settimanale.
RAMBO Il fondista nipponico è davvero una sorta di rambo dei 42 km e 195 metri. Fare 92 maratone, oltre a diverse altre gare su tutte le distanze, senza mai doversi fermare per un infortunio è una rarità assoluta nel mondo della corsa. D’altronde proprio il 17 aprile dell’anno scorso Kawauchi vinse la storica 122esima edizione della maratona di Boston in 2.15.58, sopravvivendo ad una giornata terribile di forte vento, con tanto di forte pioggia mista a neve. Nelle interviste del dopo gara dichiarò serafico: “Quelle di oggi erano condizioni ideali per me”. Beato lui.
LIVELLO MEDIO ELEVATO Per chi non lo conoscesse, Yuki è davvero un autentico personaggio: ha corso per esempio la mezza maratona di Kuki in 1.06.42 vestito di tutto punto, come se andasse al lavoro in ufficio. Esibizioni estemporanee a parte, Kawauchi è senza dubbio anche un atleta di alto livello: nel suo score troviamo ben 13 maratone sotto 2.10, altre 7 sotto 2.11, altrettante sotto 2.12 e ben 16 sotto le 2 ore e 13. Nelle 92 maratone disputate in carriera, solo tre volte non è sceso sotto le 2 ore e 20 minuti: oramai il conto alla rovescia verso quota cento è stato lanciato. Siamo a meno otto: non resta che attendere.

Tamberi oro nell’alto agli Europei indoor
Per la prima volta in carriera Gimbo vince la rassegna al coperto. A Glasgow Stecchi resta fuori dal podio dell’asta per 5 centimetri
Gianmarco Tamberi è d’oro: l’anconetano è campione europeo indoor dell’alto. L’impresa alla Emirates Arena di Glasgow, 29 mesi dopo il gravissimo infortunio di Montecarlo. Era dagli Europei all’aperto di Amsterdam 2016 del mese precedente che Gimbo, anche allora vincitore, non saliva sul podio di una rassegna globale. C’è tutto il suo carattere in questa impresa: più che la gara, vale il recupero. Non da tutti. Il finanziere domina e lo fa a modo suo: coinvolgendo il pubblico, con tanto di asciugamano-kilt di nuovo indossato intorno alla vita, come nella qualificazione di venerdì. Il titolo arriva dopo una serata pressoché perfetta. Con tanto di 2.32 della propria miglior prestazione continentale stagionale eguagliata. E’ detto tutto.
LA GARA — Ritmo vertiginoso, anche per via della regola che impone di saltare entro 30” da quando il giudice dà il via. Durerà poco più di un’ora. La prima vittima illustre è il tedesco Przybylko, campione europeo all’aperto in carica e uno dei favoriti: dopo già due errori alla misura d’ingresso di 2.18, esce di scena a 2.22. Alla quota successiva (2.26) sono ancora in sei. Gimbo è l’unico a continuare nel suo percorso netto e in tre ci rimettono le penne: il britannico Baker, il bulgaro Ivanov e il polacco Bednarek, oro uscente. Con l’azzurro, che dopo il salto a 2.26 mima il gesto di un arciere e, accompagnato da un addetto, si concede pure un viaggio alla toilette, restano il greco Baniotis e l’ucraino Protsenko. L’anconetano è una meraviglia anche alla prima prova a 2.29: l’azione è perfetta e sopra l’asticella c’è margine. Poi lo show propone un salto della morte e due tuffi sui sacconi, imitando un cestista che tira a canestro. I due rivali sbagliano entrambi il primo tentativo e a quel punto decidono di rinunciare agli alti due, passando direttamente a 2.32. E’ la misura-verità: Gimbo fallisce la prima, non la seconda. Per Banioris e Protsenko, invece, c’è nulla da fare. Tamberi è d’oro. Tamberi è tornato re. Poco importa che i successivi tentativi a 2.34 (uno) e a 2.36 (due) siano falliti. Baniotis è argento, Ptotsenko bronzo. La festa, a Glasgow, è grande lo stesso.
STECCHI E LUKUDO — Claudio Stecchi sfiora l’impresa: nell’asta, quarto, si ferma a 5 centimetri dal podio. E‘ sicuro di sé ed entra in gara a 5.55: il salto è convincente come quello a 5.65. A 5.75 si presentano in cinque, solo in tre senza errori. Il podio pare a portata di mano. La misura gli è però fatale. Perché i polacchi Wojciechowski (d’oro con 5.90) e Lisek (d’argento con 5.85), i favoriti della vigilia e lo svedese Svard Jacobsson (di bronzo con 5,75), invece, la superano. A Claudio resta la certezza di essere tornato ai massimi livelli dopo tante frustrante stagioni. Ed è da applaudire così come Raphaela Lukudo, splendida quinta nei 400 con un eccellente 52”48, a 14/100 dalle medaglie, personale migliorato di altri 32 (terza prestazione italiana all-time in sale alle spalle del 42”17 di Virna De Angeli e al 52”37 di Erika Rossi) e a soli 10 dal proprio primato all’aperto. La modenese di origini sudanesi interpreta la gara con estremo coraggio. Alla campana è quarta, poi all’ingresso del rettilineo opposto a quello di arrivo si trova addirittura terza. Nel finale, al cospetto di avversarie al grande pedigree, viene un po’ risucchiata. Ma non «sporca» una prova degnissima. L’oro è della svizzera Sprunger che, con 51”81, firma la miglior prestazione mondiale stagionale.

Tefera migliora El Guerrouj nei 1500 indoor: record del mondo in 3’31”04
Il 19enne etiope abbatte a Birmingham il record che durava dal 1997. Nella stessa gara prestazione di tutti i tempi con 3.31.58 per l’altro etiope Kejelcha
Samuel Tefera, 19 anni, in posa con il crono del record mondiale
Dopo 22 anni cambia il record del mondo indoor dei 1500. A Birmingham l’impresa è stata realizzata dal 19enne etiope Samuel Tefera che ha chiuso in 3’31”04, 14/100 meglio del tempo realizzato nel 1997 da Hicham El Guerrouj (che però mantiene quello all’aperto realizzato nel 1998 in 3’26”). Tefera si è così migliorato di quasi 5” perché il 27 gennaio 2018 aveva chiuso in 3’36”05 a Val de Reuil (Fra). Nel meeting britannico era tutto preparato per il tentativo di Yomif Kejelcha e invece, a cento metri dalla fine Tefera l’ha superato ed è andato a vincere. Per Kejelcha terza prestazione di tutti i tempi con 3’31”58. Tefera all’aperto su i 1500 vanta un 3’31”63 fatto segnare a Shangai (Cina) il 12 maggio 2018.

Assoluti indoor: la “bobbista” Vicenzino vola nel lungo con 6.60
Ad Ancona quarta prestazione italiana in sala per la friulana che nei mesi scorsi, sognando l’Olimpiade invernale, si è dedicata a una nuova disciplina. Nei 60 hs successi di Perini e Bogliolo, coppia nella vita. Marcia: buon esordio della Palmisano
Tania Vicenzino e Micol Cattaneo in versione bobbiste
Dopo i botti di Gimbo Tamberi di venerdì sera, arriva dalla pedana del lungo l’acuto della seconda giornata degli Assoluti indoor. A firmare l’exploit è Tania Vicenzino, 32enne udinese di Palmanova, a Torino allieva di Davide Di Chiara, che vola due volte a 6.60 e una a 6.55, personale indoor migliorato di 5 centimetri dopo dieci anni, ad altrettanti dal primato all’aperto del 2014. Vale il minimo per gli Europei di Glasgow di inizio marzo e, in sala, la quarta prestazione italiana all-time e l’ottava europea e mondiale del 2019. Per la portacolori dell’Esercito, che precede l’accreditata Laura Strati (stagionale di 6.58, qui a 6.49) è la decima maglia tricolore, la seconda in sala dopo quella del 2009. Il tutto dopo mesi per lei molto particolari, durante i quali, sognando una partecipazione all’Olimpiade invernale, insieme ad altre due azzurre, l’ostacolista Micol Cattaneo e la discobola Giada Andreutti, si è inventata bobbista, con tanto di partecipazione a gare di Coppa Europa. “Sono strafelice – dice, dopo aver precauzionalmente rinunciato al quinto e al sesto tentativo per l’insorgere di un fastidio muscolare – è stata una stagione anomala, proprio perché nella mia routine ho inserito una nuova disciplina. Mai ci avrei pensato: il freddo non è il mio ambiente ideale. Ma è divertente e mi ha fatto bene, facendomi scattare quel qualcosa che mi mancava”. Tra gli uomini, assente Marcel Jacobs, si impone Kevin Ojiaku con lo steso 7.87 di Antonino Trio, ma una miglior seconda misura (7.86). Filippo Randazzo salta 7.81 alla seconda prova, ma poi si infortuna.
IN COPPIA — Nei 60 ostacoli si impongano Lorenzo Perini e Luminosa Bogliolo, coppia anche nella vita, che festeggia così San Valentino con un paio di giorni di ritardo. Lui, quest’anno cresciuto sino a 7”66, si impone in 7”75. Lei con un 8”10 che, quinto crono nazionale di sempre, migliora il personale di 4/100. Nei 1500 affermazioni di Enrico Riccobon (3’44”97) e Giulia Aprile (4’18”13).

Un sogno lungo un centesimo

L'etiope Kejelcha manca di 0.01 il primato mondiale indoor sul miglio. Gli illustri precedenti. Jakob Ingebrigtsen subito da primato. Due team USA più veloci della Polonia-record nella 4x400.
Senza dubbio una delle più intense tra le 112 edizioni dei Millrose Games di New York. Tra tanti risultati di gran clamore, spicca quello sul miglio, particolarmente beffardo per il due volte campione del mondo indoor dei 3000 metri Yomif Kejelcha, che in 3:48.46 ha lasciato sul traguardo un centesimo al primato del mondo di Hicham El Guerrouj vecchio di 22 anni. La rincorsa al limite del campione marocchino si è fatta mozzafiato fino all'ultimo metro: al transito dei 1500, Kejelcha era in ritardo di 16 centesimi sul passaggio che fu di El Guerrouj , 3:33.17 contro 3:33.01. A Kejelcha restano perciò il record nazionale, la world lead e il poco rilevante "under 23 indoor world best".
DON'T STAND SO CLOSE TO ME - I precedenti sui primati mondiali mancati di un nulla non mancano, sempre a metà tra l'esaltazione e l'amarezza: l'ultimo, clamoroso, fu del siepista keniano Brimin Kipruto, che nella Diamond League di Monaco del 2011 pagò un solo centesimo, anche lui, al record mondiale di Saïf Saaeed Shaheen (7:53.63). Nei lanci, il record dei primati mancati è appartenuto al martellista bielorusso Tikhon, che lasciò un centimetro agli 86,74 metri del record mondiale di Yuriy Sedykh, salvo poi veder cancellata la "quasi-impresa" causa squalifica. Non scherzò nemmeno il lituano Alekna, separato dal record mondiale del disco (74,08) da soli 20 centimetri. Tra le donne, un piccolo enorme secondo ha separato lo scorso anno la keniana Fancy Chemutai dal record mondiale di mezza maratona (1h04:51) della connazionale Joyciline Jepkosgei.
MILLROSE SCINTILLANTE - Il gran meeting di New York ha regalato altre perle quali il secondo crono all-time sugli 800 indoor del keniano Mike Saruni (1:43.98), che ha trascinato lo statunitense Brazier al record nazionale di 1:44.41, emulato al femminile da Ajeé Wilson, primato USA in 1:58.27. Top marks anche dalla tedesca Klosterhalfen che ha firmato la miglior prestazione europea U23 indoor nel miglio in 4:19.98 (record nazionale più veloce anche di quello outdoor e, di passaggio, anche il primato sui 1500 in 4:02.70), e dall'olimpionico del peso Crouser, il cui 22,33 dista solo 33 centimetri dal mondiale indoor di Randy Barnes. Ancora in ospedale, sedato e monitorato in terapia intensiva, il giamaicano Kemoy Campbell, accasciatosi in pista durante i 3000 metri, vittima di un collasso.
HOLLOWAY 7.43 - Prestazioni di vertice anche a Fayetteville con Grant Holloway (7.43 sui 60hs), l'astista Andrew Irwin, salito a 5,88, mondiale stagionale per poche ore prima che Sam Kendricks se ne impossessasse a Rouen con 5,90, e con i 200 da world lead di Kayla White (22.82). Nel golden moment della Norvegia splende l'astista Guttormsen, sesto agli Europei 2018 da 19enne, che ha aggiunto due centimetri al primato nazionale indoor di due settimane fa, portandolo a 5,73 in Nuovo Messico. Nel meeting, flash con le sconfitte di Jenn Suhr nell'asta (4,58) ad opera di Kortney Ross (4,63) e della pesista Ewen (18,80), beffata di 4 cm dalla meno nota Ealey. Segnalazione anche per la primatista del mondo dei 100hs Keni Harrison, autrice di un doppio personale nello sprint a Lubbock (7.31 e 23.10), e per la novità di Barbados Jon Jones, sceso a un ottimo 400 in 45.38. L'attività USA propone anche il 17,46 del triplista brasiliano Almir dos Santos in Ohio, in una serie con un 17,30 e un 17,26.

DUE QUARTETTI - Nella riunione di Clemson due formazioni di staffetta del miglio uomini hanno chiuso con tempi inferiori al primato del mondo ufficiale, realizzato dalla squadra nazionale polacca l'anno scorso ai mondiali indoor di Birmingham. L'impresa è di Houston, con quattro frazionisti USA, e di Texas A&M, rispettivamente con 3:01.51 e 3:01.56. L'anno scorso nella finali NCAA ci riuscirono ben tre teams, USC in 3:00.77 (con Rai Benjamin ancora antiguano), Texas A&M in 3:01.39 e Florida in 3:01.43. Ancora da Clemson la 4x400 donne migliore dell'anno con vetta di Texas A&M in 3:29.96 e l'altra world lead di Igbowke sui 400 (45.35). Grandi progressi per il canadese Arop sugli 800 (1:45.90) e per l'ostacolista Roberts (7.52).

Sempre a Clemson, il primatista mondiale dei 100 metri under 18 Anthony Schwartz (un 2000) si fa notare scendendo sotto i 6.60, eguagliando quanto fatto un anno fa a 17 anni. Per inciso, ha perso dalla novità Charleston (6.54) e da Burke di Barbados (6.58).

IN EUROPA - Detto di Kendricks, a Rouen l'olimpionica Stefanidi ha perso dalla vaulter USA Nageotte (4,74 contro 4,62). A Liévin, ieri, i progressi del campione d'Europa dei 110hs Martinot-Lagarde (7.57) e il nuovo monologo sui 1500 di Samuel Tefera (3:36.72). Campionati nazionali: in Grecia 5,70 dell'ex-primatista mondiale U20 Karalis con i 5,86 sbagliati di un niente e inatteso assalto di Tatiána Goúsin ai due metri (sbagliati) dopo aver vinto il titolo con 1,94. Il campione europeo di lungo Tentoglou, dopo aver battuto Marcell Jacobs a Madrid, ha vinto il titolo nazionale con 8,19. Campionati ucraini con world lead nel pentathlon della primatista mondiale under 20 Alina Shukh con 4.581 punti, 2,30 di Protsenko nell'alto, 6,85 di Maryna Bekh-Romanchuk nel lungo e una gran gara di alto donne con Levchenko, Herashchenko e Tabashnyk tutte oltre l'1,97. Campionati britannici a Birmingham: top score con Holly Bradshaw nell'asta (4,80) e Laura Muir (8:48.03 sui 3000). Fine corsa per Dwain Chambers: il discusso sprinter, ora 40enne, ha corso (pare) per l'ultima volta superando la batteria in 6.78 ma fermandosi in semifinale per squalifica allo start. Nei salti, 1,94 di Morgan Lake che ha anche provato il record nazionale a 1,99. Germania: meeting a Chemnitz con primato nazionale della triplista Gierisch (14,59) e a Sassnitz, con il miglior lancio dell'anno firmato dalla Schwanitz con 19,33.

INGEBRIGTSEN, ASSOLO RECORD - Il due volte campione d'Europa a Berlino, da 17enne, continua a stupire. In una gran edizione del "Nordenkampen" di Baerum, con Norvegia, Svezia, Finlandia e un team misto Danimarca-Islanda, Jakob Ingebrigtsen ha stabilito il record del mondo Under 20 dei 1500 metri in 3:36.21. Un anno fa, l'etiope allora 18enne Tefera (poi iridato) corse in Francia in un ancora più veloce 3:36.05, prestazione non omologata come primato mondiale under 20 per non aver sostenuto il giorno stesso il test antidoping come da protocollo. A Baerum, in evidenza anche il secondogenito Filip Ingebrigtsen (7:49.73 sui 3000), la Grovdal (primato nazionale sui 3000 in 8:44.68) e Karsten Warholm (45.65 sui 400, vicino al record nazionale). Sul fronte Svezia, prima della manifestazione, un fiorire di risultati di valore con gli astisti Melker Svard Jakobsson (5,82) e Michaela Meijer (4,75, record nazionale), il lunghista Nilssson (8,05) e il pesista Thomsen (20,30). Da notare nell'asta uomini, dietro Jakobsson, la continua ascesa del norvegese Pål Haugen Lillefosse, 17 anni, salito a 5,56, limite nazionale Under 20.

DEREJE NO RECORD - Missione-primato fallita dalla etiope Roza Dereje. Annunciato il tentativo di record mondiale di mezza maratona a Barcellona, ha vinto ma ben lontana dall'obiettivo (70 secondi) in 1h06:01, sedici secondi più lenta di quanto fatto dalle connazionali venerdì a Ra's Al-Khaymah. C'è un illustre sconfitto nel cross: Selemon Barega, quarto performer all-time sui 5000 e primatista mondiale under 20, che alle selezioni nazionali di cross country ha perso di tre secondi dal semisconosciuto Moges Tiumay (grazie a Fuchs, Constas, Lilloe, Juck, Baronet).

OUTDOOR - Ottime cose dal triplo caraibico, firmate dalla giamaicana Ricketts-Th##À`Œ^Œx#0#@0#della giavellottista bielorussa Tatsiana Khaladovich (64,60) e dallo spagnolo Cienfuegos (76,10 nel martello). In Francia, rientro dopo la pausa maternità della discobola argento olimpico Melina Robert-Michon, battuta e misurata a 56,50. Infine, marcia spagnola con record nazionale sui 50 km donne di Raquel Gonzalez in 4h11:01, settima prestazione mondiale e quarta europea all-time.

Viceconte, suicidio con tante domande
La primatista italiana dei 10.000 aveva 51 anni. Il tragico gesto vicino a casa
Una tragedia sconvolge il mondo dell’atletica azzurra: Maura Viceconte non c’è più. La 51enne ex primatista italiana di maratona, bronzo europeo a Budapest 1998, ieri si è tolta la vita non lontano dalla sua casa di Chiusa San Michele, in Val di Susa, la località della quale era originaria, in provincia di Torino, dove era tornata ad abitare da alcuni anni. Secondo alcune ricostruzioni, sarebbe uscita per vuotare la pattumiera, senza far ritorno. I familiari, preoccupati, avrebbero dato l’allarme ai Carabinieri, i quali han trovato il corpo della 12 volte azzurra, privo di vita, intorno alle 15.30.
IL DOCUFILM — La notizia è ancor più sconvolgente pensando al fatto che, dopo mesi di entusiastico lavoro, in novembre aveva prima presentato e poi radunato amici e appassionati in un centro sociale comunale di Villar Dora per il lancio di «La vita è una maratona: la corsa, il mio modo di vivere», docufilm con la regia dell’amico Luigi Cantore e i testi di Remigio Picco interpretati da Elisabetta Coraini, che racconta la sua vita umana e sportiva. Maura, in entrambe le occasioni, era apparsa serena e molto coinvolta, felice di ritrovare compagne e compagni di anni di fatiche e di avventure non solo agonistiche. Erano intervenuti, tra gli altri, Maurizio Damilano e Alessandro Lambuschini, Laura Fogli, Maria Curatolo e Franca Fiacconi, Rossella Giordano e Daniela Graglia e allenatori come Lucio Gigliotti e Renato Canova, coach quest’ultimo che l’ha seguita dal 1997 e nelle stagioni ruggenti.
LA CARRIERA — Maura, donna mai sopra le righe, dolce, quasi timida e spesso sorridente, minuta nei suoi 155 centimetri per 47 chili, nel maggio 2000 – da segretaria d’azienda in aspettativa – centrò a Vienna il record nazionale di maratona (2h23’47”), poi in agosto quello dei 10.000 (31’05”57) nella belga Heusden, prima di tornare sui 42 in occasione dell’Olimpiade di Sydney, dove finì dodicesima. Il secondo limite, preparato in altura, resiste tuttora. Il primo è stato invece scalzato per tre secondi solo nel 2012 da Valeria Straneo, piemontese (di Alessandria) come lei. La Viceconte, oltre che quella austriaca, nel corso della carriera ha vinto le maratone di Venezia, Montecarlo, Carpi, Roma, Praga e Napoli.
IL MESSAGGIO — Nel giugno 2007, come lei stessa aveva raccontato, da poco separata e reduce da un periodo di lutti familiari, le era stato diagnosticato un carcinoma maligno al seno. Fu una battaglia vinta in tre anni. Anche grazie allo sport. Riprese presto a correre, divenendo testimonial di campagne di associazioni per la prevenzione, del viver sano e mamma di Gabriele. «Ora che il progetto è concluso – aveva detto il 30 novembre, alla prima del suo docufilm – vorrei che questo racconto possa diventare uno stimolo e una spinta per i giovani a intraprendere la strada della corsa e dello sport in generale. Inoltre è anche un modo per ringraziare tutti coloro che mi hanno sostenuto negli anni d’oro». Mancherà a tanti.

Record mondiale sui 15km, brilla la stella di Cheptegei

A Nimega, gara particolarmente favorevole per i primati, il 22enne strappa il miglior tempo di sempre sulla distanza
Ad ogni week end continuano ad arrivare risultati straordinari dalle varie corse su strada disputate in tutte le parti del mondo. L’ultimo, in ordine di tempo, è arrivato ieri dalla classica e velocissima “Seven Hills Run “ di Nimega (Olanda), dove il 22 enne ugandese Joshua Ceptegei ha migliorato il primato del mondo dei 15 km, volando la distanza in 41.05. Il precedente primato, realizzato sempre a Nimega nel 2010, apparteneva al keniano Leonard Patrick Lomon con 41.13. Cronometro alla mano, vuol dire fare tre volte i 5000 metri in 13.41.7, andando alla spaventosa media di 2 minuti e 44 secondi al chilometro. Un crono che, in proiezione mezza maratona, vorrebbe dire sfondare addirittura il muro dei 58 minuti netti: Il suo passaggio ai 10.000 metri è stato di 27.49. Gli ultimi 5 km sono stati corsi invece in 13.16. Semplicemente pazzesco! Per Cheptegei è stato il quarto successo consecutivo a Nimega.
ASTRO NASCENTE Anche se non ancora molto conosciuto, il neo primatista è davvero un campione a 18 carati. Negli ultimi tre anni la sua scesa ai vertici del mezzofondo prolungato ed adesso anche della corsa su strada è stata travolgente. Sesto sui 10.000 ed ottavo sui 5000 ai Giochi Olimpici di Rio de Janeiro nel 2016, Cheptegei è stato poi ottimo secondo nei 10.000 metri alle spalle di Mo Farah ai mondiali di Londra del 2017, correndo la distanza in 26’49”94. Joshua ha poi altri importanti primati personali su altre distanze delle gare in pista, vedi il 7’34”96 sui 3000 ed il 12’59”83 sui 5000. L’anno scorso, sempre a Nimega, correndo in 41.16, aveva già fallito di poco, soltanto di tre secondi, l’attacco al mondiale di Komon sui 15 km. L’impresa di quest’anno era forse già prevedibile dopo il doppio oro (5000/10.000) ai giochi del Commonwealth di Gold Coast in Australia. Considerata la giovane età ed il grande talento ed anche alla luce dell’abbandono delle gare in pista di Mo Farah, Cheptegei diventa così uno dei massimi candidati alla medaglie d’oro dei 5000 e 10.000 metri per i prossimi campionati mondiali di Dubai del 2019 e per i giochi olimpici di Tokio 2020.
CROLLO DRAMMATICO Nella breve carriera di Cheptegei c’è anche da registrare il drammatico crollo nel corso del campionato mondiale di cross, disputato a Kampala nel marzo del 2017. In fuga verso la vittoria con ampio margine su tutti gli avversari, il fondista ugandese crollò in modo verticale negli ultimi 1500 metri, venendo prima ripreso dal keniano Geoffrey Kamworor e poi da parecchi altri atleti. Tanto da finire al 30°esimo posto, con quasi due minuti distacco dal vincitore Kamworor, ancora iridato per la terza volta consecutiva, correndo i 10 km del percorso in 28.24. Drammatico soprattutto il suo ultimo chilometro: camminato più che corso. A guisa dell’arrivo di Dorando Pietri ai giochi olimpici di Londra 1908.
ALLE SUE SPALLE Nella gara di Nimega, alle spalle del neo primatista mondiale si sono poi piazzati l’eritreo Abrar Osman con 42.34, quindi l’etiope Muktar Edris, iridato sui 5000 ai mondiali di Londra 2017, terzo con 42.55. Hanno poi completato il pokerissimo dei primi cinque arrivati il tedesco Richard Ringer, quarto con 43.39, un solo secondo meglio del belga di origine somala Abdi Bashir, quinto con 43.40. In gara c’era pure l’italo- marocchino Yassine Rachik, bronzo sulla maratona agli europei di Berlino. Al rientro agonistico dopo uno stop per infortunio, l’azzurro ha concluso la sua gara in 15esima posizione con il tempo di 45.06. Correndo cioè a al buon ritmo di tre minuti l chilometro. Un risultato che, ancora di più, ci permette di sottolineare la qualità del primato di Cheptegei. Interpolazioni alla mano, in ogni chilometro, Rachik ha preso quasi 100 metri di distacco dal fenomenale atleta ugandese.

A Chicago vince Farah col record europeo: 2h05’11”

Il britannico vince la prima 42 km della carriera e lo fa migliorando il limite continentale del norvegese Moen di 37”. Decisiva, come quando dominava in pista, l’azione nel finale. Il giapponese Osako, terzo con 2h05’50”, firma il record nazionale e vince un bonus di 750.000. Donne: Brigid Kosgei diventa la settima donna di sempre (2h18’35”).
La maratona di Chicago è di Mo Farah: il britannico chiude in 2h05’11”, tempo che vale il record europeo. Il doppio campione olimpico di 5.000 e 10.000 vince la prima 42 km della carriera (alla terza uscita sulla distanza) e lo fa col piglio dello specialista consumato. Nemmeno condizioni meteo non propriamente favorevoli (pioggia, strade bagnate, un po’ di vento e temperature piuttosto rigide) rallentano la sua cavalcata: Mo corre in strada come fosse in pista, con la consueta tattica attendista e poi, nel finale, impone la propria legge. Il limite continentale centrato dal norvegese Sondre Moen il 3 dicembre scorso nella giapponese Fukuoka è migliorato di 37”. Il personale, dell’aprile scorso a Londra, di addirittura 1’10”.
LA GARA — Il 35enne di origini somale, nella Windy City, cuoce i titolati avversari a fuoco lento. Dopo un passaggio alla mezza in 1h03’03” (in testa un folto gruppo), la selezione è progressiva. Al 25° km guidano ancora in tredici, poi un attacco del keniano Geoffrey Kirui riduce il drappello a nove unità. Sotto il suo incedere c’è un 5000 da 14’25” e un 10.000 da 28’58”. Al 35°, con l’atteso Galen Rupp staccato, davanti restano in cinque: insieme a Farah, sornione, ci sono lo stesso Kirui, il connazionale Kipkemoi, l’etiope Geremew il giapponese Osako, nel 2017 terzo a Boston e a Fukuoka, a caccia del record nazionale (2h06’11”) e di un relativo bonus da 100 milioni di yen, circa 750.000 euro. Mo appare sempre sotto controllo, sicuro di sé. L’azione decisiva poco prima del 40° km: Farah, per la prima volta, prende deciso il comando e compie l’ultima scrematura. Kirui è il primo battistrada a cedere, poi è la volta di Kipkemoi e Osako. E’ sfida a due: Farah vs Geremew. L’etiope, quest’anno, ha vinto a Dubai in 2h04’00”. Il copione pare però scritto. E infatti: Mosinet, a circa 800 metri dall’arrivo, deve alzare bandiera bianca. Mo trionfa e a Chicago è il primo britannico a riuscirci da quando, nel 1966, si impose Paul Evans. Geremew gli finisce a 13”, Osako è terzo con 2h05’50” e un conto in banca decisamente più ricco.
BRAVA BRIGID — Altrettanto prestigiosa la prova femminile: vince la keniana Brigid Kosgei in 2h18’35”, diventando così la settima donna di sempre.
Farah trionfa a Chicago, ma non è all’altezza di Kipchoge
Stabilito il nuovo record europeo, ma la prestazione del britannico non è paragonabile a quelle del fenomeno: nel 2019 riuscirà a lanciare la sfida?
PRIMATO EUROPEO Stabilito il nuovo primato europeo. Il precedente era detenuto dal norvegese Sondre Moen con 2h05’48”, tempo realizzato nel dicembre del 2017 a Fukuoka. Crono non straordinario di questi tempi quello di Mo Farah: nella top ten stagionale, con il tempo realizzato a Chicago, il fondista britannico si piazza soltanto al decimo posto. Senza per forza volere scomodare il nuovo primato del mondo in 2h01.39 stabilito dal keniota Eliud Kipchoge due settimane fa a Berlino.
KILLER INSTINCT Il record del mondo è circa 3 minuti e 31 secondi in meno di Farah che, più o meno, in 2h01.39 è transitato al km 41.
Farah possiede però come nessun altro il cosi detto killer instinct di neozelandese memoria, cioè la forza mentale, oltre che fisica, per mettere sotto tutti gli avversari di giornata.
TATTICA VINCENTE Mo trionfa con una tattica semplice e monotematica: mettersi in fondo al gruppo e controllare i movimenti in testa alla corsa. Poi, avvicinandosi la fase più calda della gara, scalare posizione su posizione sino a prendere il comando delle operazioni, senza però più farsi passare da nessuno. In pista, sino all’inizio dell’ultimo giro, il rituale trampolino di lancio per i suoi mortali ultimi 400 metri volati fra i 52 ed i 53 secondi. A Chicago, terza maratona della sua carriera, dopo le 2h08.21 di Londra 2014 dove fu ottavo ed il 2h06.21 sempre a Londra dell’aprile scorso, quando si classificò al terzo posto, Mo ha fatto praticamente lo stesso. In fotocopia. Costantemente in fondo al gruppo di testa, ma sempre pronto ad accelerare e riaccodarsi alla minima accelerazione dei battistrada. Poi, dal km 35 sino all’arrivo, eccolo portarsi decisamente al comando a dettare il ritmo.
PROGRESSIONE MORTALE Una corsa in continua progressione la sua, una sorta di continuo lavoro al corpo. Come fanno certi pugili quando vogliono mettere alle corde l’avversario. Dopo 1 ora e 55 minuti di gara, nella sua scia rimane solo l’etiope Geremew Mosinet. Un tipo solido e tenace, ma che comunque nulla ha potuto quando, a circa 600 metri dal traguardo, Farah ha messo in moto la sua super falcata da pistard e se lo è scrollato di dosso volando verso il traguardo.
VITTORIA DOC Vittoria importantissima per lui, soprattutto in chiave psicologica, che ne conferma l’enorme talento su tutte le distanze. Winner implacabile, Farah potrebbe diventare in futuro anche il nuovo primatista mondiale della maratona? Anche se nello sport mondiale, mai dire mai, ci sentiamo di escluderlo. Sia per attitudine mentale, sia per le sue caratteriste tecniche e fisiologiche.
IMPRESA IMPROBABILE Vincitore di tutto il possibile in pista, Mo Farah ha personali molto distanti dai primati mondiali dei 5000 e 10.000 metri. Sulla distanza più corta, il suo 12’53”11 è lontano dal 12’37”35 di Kenenisa Bekele; ancora di più lo è il suo personale sui 10.000 di 26’46”57, rispetto al 26’17”53 del campione etiope. Anche sulla mezza maratona il suo 59.32 è oltre un minuto più lento del 58.23 dell’eritreo Zersenay Tadese. Al tirar delle somme , il suo primato personale di maggior valenza tecnica è oggettivamente il 3’28”81 dei 1500 metri.
MAI CACCIA AD UN MONDIALE Se poi guardiamo alla sua carriera, Mo non ha mai partecipato a gare dove l’obiettivo delle vigilia era la ricerca di un primato mondiale. Quindi con una velocità già elevatissima sin dal via, ma ha sempre preferito essere al via di gare anche dove l’obiettivo principale era la vittoria. Che per forza di cose non sono quasi mai corse al massimo.
DUELLO CON KIPCHOGE Per smentirci, dopo questa grande vittoria di Chicago, Farah dovrebbe avere il coraggio di affrontare Eliud Kipchoge in una delle due grandi classiche di Londra o di Berlino del 2019. In pratica si tratta di affrontare un avversario capace di correre a 2.53 al chilometro, per tutta la maratona. Oggi, a Chicago, il campione britannico ha completato la sua fatica a 2.58 al km. Al momento un abisso.
GLI AVVERSARI Dietro Farah, ottimi crono anche per Geremew Mosinet 2h05’24”, per il giapponese Suguru Osako, che con 2h05’50 fa il primato giapponese ed asiatico. Soprattutto incassa il super bonus nipponico di un milione di dollari. Dietro di lui ancora il keniota Kenneth Kipkemoi 2h05’57”, un Galen Rupp in parte deluso dal suo 2h06’21”. Molto più di lui il keniota Geoffrey Kirui, grande favorito della vigilia, solo steso in 2h06’45”.
CIRCOLINO ROSSO Circolino rosso infine per la keniota Brigid Kosgey, classe 1994, che, con una galoppata in solitaria, ha stravinto la gara femminile in 2h18’35” polverizzando il suo precedente personale di 2h20’13”. Settimo tempo all time sulla distanza. Scusate se è poco
I PASSAGGI GARA DI MO FARAH
5 km: 14.54 /14.54
10 km : 30.12 /15.18
15 km : 45.07 /14.55
20 km : 59.54 /14.47
21 km : 097 /63.06
25 km : 1h15:23 /15.29
30 km : 1h29.50/ 14.27
35 km : 1h44.21 /14.31
40 km : 1h58.51/ 14.30
42 km 195: 2h05.11 /6.25
PRIMA MEZZA 63.06 + SECONDA MEZZA 61.55



Maratona, l’Etiopia domina il 2018. Sara Dossena da top 100
A due terzi della stagione della 42k, analizziamo i risultati di quest'anno: Kenya scalzato dal trono del Paese dominatore assoluto. Gli azzurri migliorano, ma la stella è nel femminile
Con la fine del mese di agosto siamo arrivati esattamente a completare i primi due terzi della stagione agonistica della maratona mondiale. La grande febbre dei 42 km e 195 metri riprenderà alla fine del prossimo mese di settembre, con la super classica di Berlino, anche se poi rimane sempre New York la gara di maggior prestigio mondiale.
LE CIFRE Le prime cifre da analizzare, spulciando le aggiornate statistiche della IAAF, sono quelle relative ai tempi maschili sotto le 2 ore e 10 e quelle femminili sotto le 2 ore e 30 minuti. Due piccoli muri che segnalano il valore internazionale raggiunto rispettivamente da un atleta uomo e da un’atleta donna.
UOMINI In campo maschile, a tutt’oggi, sono esattamente 100 gli atleti sotto il muro delle 2 ore e 10. L’anno scorso a fine stagione erano 146. Un numero che, nonostante manchino ancora diverse gare, sembra difficile da battere. A livello qualitativo invece, osservando la top ten attuale, grazie soprattutto alla fantastica maratona del Dubai del gennaio scorso, troviamo ben nove atleti sotto le 2 ore e 5 minuti. Un dato già complessivamente migliore rispetto all’anno scorso, visto che nel 2017, a fine stagione, erano soltanto quattro gli atleti sotto lo stesso tempo! Il dato più significativo riguarda invece la nazionalità dei primi dieci della classifica, che vede ben otto atleti etiopi e solo due atleti kenioti. Nel 2017, anche se a fine anno, lo score era invece di 7 a 3 per il Kenya. Come sono posizionati gli atleti azzurri nel listone generale ? Il migliore è Stefano La Rosa, che 2h11.08 si trova al 144° posto, seguono Yassine Rachik, 186° con 2h12.09 e Eyob Faniel Gebrehiwet, 209° con 2h12.43. Nel 2017 il migliore a fine stagione era stato Daniele Meucci 205° con 2h10.56, davanti a Eyob Faniel Gebrehiwet 292° con 2h12.16 e Stefano La Rosa 304° con 2h12.26.
DONNE Più o meno anche in campo femminile esiste la stessa situazione. A tutt’oggi sono esattamente 120 le atlete sotto il muro delle 2 ore e 30 minuti. Nel 2017, a fine stagione, erano 157. Un primato forse battibile nei prossimi quattro mesi. A livello qualitativo, scorrendo la top ten attuale, si può già dire che è migliore rispetto a quella definitiva del 2017, con ben 6 atlete sotto il muro delle 2 ore e 20 minuti contro le 3 dell’anno scorso. Anche a livello di nazionalità delle atlete c’è, almeno sino ad oggi, un assoluto dominio dell’Etiopia, che stravince il confronto con il Kenya per 8 a 2. Nel 2017 invece i numeri erano praticamente invertiti con il Kenya dominatore per 7 a 3. Per quanto riguarda le azzurre, la migliore, anche l’unica maratoneta, uomo o donna italiana a figurare nei primi 100, è Sara Dossena, 84^ con il primato personale di 2h27.53 realizzato agli europei di Berlino. Seguono Giovanna Epis 115^ con 2h29.41, Catherine Bertone 122^ con 2h30.02 e Fatna Maraoui 200^ con 2h33.16. Nel 2017 invece Catherine Bertone con il primato personale di 2h28.34 si trovava in 106^ posizione, Sara Dossena con il 2h29.39 realizzato all’esordio a New York era 150^. A seguire Anna Incerti 157^ con 2h29.58 quindi Giovanna Epis 241^ con 2h32.31 e Fatna Maraoui 251^ con 2h32.52

400+800: Korir e la nuova frontiera
Diventato il migliore di sempre nella "combinata" (44.21 e 1:42.05), il keniano allenato da Paul Ereng in Texas è tra i pochi coraggiosi che sfidano il confine tra velocità e resistenza
“Il primo uccello che arriva, mangia il verme”: bel proverbio pescato da Paul Ereng per spiegare come ha messo le mani su Emmanuel Korir per portarlo dove l’elegante campione olimpico di Seul allena, all’Utep di El Paso, Texas affacciato sul Messico.
“Me ne avevano parlato bene alcuni amici: primo assaggio sugli 800, qualcosa meno di 1:47, mi hanno detto. Interessante, ma ora si tratta di vederlo, ho pensato, magari è uno da 1500, forse da 5000. Poi l’ho visto e ho capito: ottocentista puro”. E non solo: primo di sempre nella combinata dei tempi 400+800: 44.21 (a Nairobi) più 1:42.05 a Londra dove soltanto in due hanno corso più veloce di lui: David Rudisha e Nijel Amos il 9 agosto 2012, data che rimane infissa e impressa tra gli aficionados di una delle distanze più nobili.
Emmanuel Korir ha 23 anni (un altro prodotto dei Gemelli, sempre piuttosto generosi), un finale che prende alla gola e malgrado corra seriamente solo da un paio d’anni, ha già messo assieme un'eccellente collezione: campione Ncaa indoor e all’aperto, record mondiale indoor dei 600, 1:14.97, e progressi impressionanti: dal 2017 a oggi, tre decimi abbondanti sui 400 (da 44.53 a 44.21), un secondo e qualcosa sugli 800: da 1:43.10 a 1:42.05 (poi 1:42.79 a Birmingham il 18 agosto), sesto di sempre, marcando una prestazione che mancava dal magico 2012. Rudisha dista 1.14. Sembra poco, ma è ora che viene il difficile.
400 più 800: la frontiera della fatica portata sino all’asfissia e una terra di confine tra la velocità tenuta il più possibile accesa e la resistenza, con l’insidia del contatto fisico. Ce n’è abbastanza per capire come l’accoppiata sia diventata l’obiettivo di pochi coraggiosi.
Ai Giochi 1912 fallì Ted Meredith (vittoria negli 800 con record del mondo e quarto nei 400), non fallì Alberto Juantorena che resta l’unico ad aver fatto l’impresa in quattro giorni memorabili, dal 25 al 29 luglio 1976: 1:43.50, mondiale strappato a Marcello Fiasconaro, e 44.26. Un anno dopo avrebbe limato sei centesimi, 1:43.44.
Chi ha inseguito un’accoppiata che è sfida e ideale? Rudolf Harbig era un ottocentista che, meno di un mese dopo il mondiale all’Arena (difficile scovare nuovi aggettivi per definire quell'1:46.6), “scese” sui 400 e strappò agli americani lo scettro con il 46.0 di Francoforte: mancavano meno di venti giorni allo scoppio della guerra che gli sarebbe stata fatale, in Ucraina.
Marcello Fiasconaro (45.49+1.43.7) era un quattrocentista che, dopo il titolo sfiorato a Helsinki da apprendista del quarto di miglio, “salì” aprendo nuovi orizzonti e nuove dimensioni alla distanza. I suo disperato primo giro in 50.14 agli Euroepi romani del ’74 rimane uno dei suoi più generosi messaggi.
Il primatista mondiale del nostro tempo, David Rudisha (45.50+1:40.91) è un ottocentista purissimo che al “quarto”, coltivato dal padre Daniel, ha prestato poco tempo e attenzione. E sullo stesso piano può esser posto Nijel Amos (45.55+1.41.73), tornato di recente alla forma del 2012 ma costretto a scendere dal tronetto di sovrano stagionale meno di 48 ore dopo il successo monegasco in 1:42.14.
Amos, una delle punte di lancia del Botswana, un tempo Bechuanaland, ha assistito, da dietro, alla progressione e al prodigioso finale di Emmanuel che ha ormai lasciato lontano Ereng, l’allenatore che merita di venir incluso in questa galleria non solo per l’innata eleganza ma anche per le credenziali cronometriche: 45.6+1:43.16. Un’altra vicenda in cui l’allievo ha superato il maestro.

Ingebrigtsen, saga nordica
Gli Ingebrigtsen Brothers e Karsten Warholm allungano la striscia di successi ai campionati norvegesi. Record mondiale Master nella mezza maratona femminile.
HAPPY FAMILY - Jakob, Henrik e Filip Ingebrigtsen, archiviato il sensazionale europeo dei primi due, meno per l'ex-campione europeo Filip, il trio di fratelli si è ripresentato a meno di una settimana dalla rassegna di Berlino nel contesto dei campionati nazionali di Norvegia, disputati a Byrkjelo. Giocoforza, vista una concorrenza non trascendentale in casa, il fenomeno 17enne Jakob ha vinto i 1500 metri in un quasi jogging-style 4:03.54, dopo aver corso la batteria in 3:55.94. Il primogenito Henrik ha vinto il titolo dei 5000 metri (una settimana dopo l'argento europeo) in 14:13.80. Filip ha trovato terreno meno spianato sugli 800, secondo in 1:50.78 preceduto da quel buon specialista di Thomas Roth (1:50.63).
Passarella trionfale anche per Karsten Warholm, che sui 400 ostacoli ha ovviamente vinto con un crono tutt'altro che trascurabile, 49.01, prima di assicurarsi anche i 400 piani in un morbido 49.44.
RIMPIANTO JUSKA - Il lunghista e primatista nazionale ceco Radek Juska, reduce da un Europeo incolore (dodicesimo) ha ritrovato tutti i tempi e la misura in un meeting in patria a Zlin, volando a 8,16, un atterraggio nella sabbia che gli avrebbe garantito la medaglia d'argento a Berlino. Presente anche lo sprinter slovacco Jan Volko, che ha vinto i 100 metri in 10.49 per poi perdere sui 200 in 20.93, battuto dal ceco Jirka (20.90).
MEZZA MARATONA MASTER, RECORD DEL MONDO - Grande risultato della 41enne australiana Sinead Diver, che nella baia di Gold Coast, sede degli ultimi Giochi del Commonwealth, ha abbassato il primato mondiale master over-40 di mezza maratona, in occasione dei campionati nazionali sulla distanza.
L'eccellente 1h09:20 della Diver toglie ben diciassette secondi al limite precedente, che apparteneva alla statunitense Deena Kastor-Drossin in 1h09:37.
GIOCHI ASIATICI - Sabato start per il programma di atletica della diciottesima edizione dei Giochi Asiatici in Indonesia, a Giakarta. Alcuni dei big del continente diserteranno le finali di Diamond League per partecipare alla seguitissima rassegna. Tra i nomi più in vista, il quattrocentista qatarino Haroun e il primatista asiatico dei 100 metri, il cinese Su Bingtian.
MEMORIAL SKOLIMOWSKA - Il meeting intitolato alla scomparsa campionessa olimpica di lancio del martello, giunto alla nona edizione, si disputa mercoledì a Chorzow con un cast di altissimo livello. Oltre ai migliori atleti polacchi, è previsto il ritorno in pedana dell'altista "neutrale" Danil Lysenko, di Caster Semenya sui 400 metri (se avrà pienamente recuperato l'infortunio successivo ai campionati africani), del campione del mondo di getto del peso Tom Walsh e di buona parte delle stelle mondiali della velocità: su tutti il centometrista statunitense Ronnie Baker e il bahamese Steven Gardiner, al rientro sui 400 metri dopo l'infortunio patìto in Diamond League a Stoccolma. Ancora gran sfida Kszczot-Bosse-Lewandowski sugli 800, Lavillenie contro Lisek nell'asta, quest'ultimo reduce da un 5,90 allo Slusarski Memorial di venerdì scorso. Assente Shelly-Ann Fraser-Pryce, che ha cancellato la prevista presenza dando l'arrivederci alla pista nel 2019.

Diamond League. A Birmingham è Coleman boom: i 100 in 9"94
Il velocista Usa torna al successo al cospetto di quasi tutti i migliori: battuti Prescod, Lyles, Blake e Hughes. In evidenza Korir sugli 800, la Mihambo nel lungo (6.96). 22"15 (+0.4) nei 200 della bahamense Shaunae Miller-Uibo. Osakue quarta a Goteborg
Birmingham lo esalta: d’inverno ci ha vinto il titolo iridato dei 60 indoor con un sensazionale 6"37 dopo il record del mondo di qualche settimana prima. Oggi, sempre lì, ma all’aperto, Christian Coleman batte un colpo da 9"94 nei 100 dopo tanti guai muscolari che lo hanno limitato nella stagione all'aperto. Rieccolo, l’uomo a cui non bastò piegare Bolt ai Mondiali di Londra per conquistare l’oro più ambito. Nella terzultima tappa della Diamond League prima delle finali di Zurigo e Bruxelles (30-31 agosto), lo statunitense torna al successo al cospetto di quasi tutti i migliori interpreti del panorama mondiale della velocità (tranne Baker e Bingtian). Si distende sul traguardo ed evita che si completi la rimonta di un Reece Prescod uscito fortissimo da Berlino: il britannico d’argento all’Olympiastadion griffa il primato personale con lo stesso tempo di Coleman e mezzo metro di vento in faccia. La stella dell’anno, Noah Lyles (Usa), in nona corsia, incanta meno che in altre occasioni e timbra un 9"98 che è di un decimo più lento della sua migliore prestazione mondiale stagionale. E sotto i dieci secondi scende anche il giamaicano Yohan Blake (9"99). A pochi giorni dall’oro continentale è solo quinto in 10”05 il britannico Zharnel Hughes. In un meeting mediamente non esaltante, anche al femminile è lo sprint a offrire le emozioni migliori, con il 22"15 (+0.4) nei 200 della bahamense Shaunae Miller-Uibo e i suoi originali capelli colorati di viola e di fucsia, per tenersi alle spalle i tre ori di Berlino di Dina Asher-Smith (22”31) e la campionessa del mondo Dafne Schippers (22”41).
KORIR IN FORMA — Emmanuel Korir si conferma il miglior ottocentista del momento. Il keniano che si allena in Texas con il campione olimpico di Seul Paul Ereng scende di nuovo sotto l’1’43 dopo il superlativo 1’42”05 della tappa di Londra: a Birmingham firma un bell’1’42”79, quanto basta per regolare la concorrenza keniana (Kitilit, Elijah Manangoi, Rotich in successione) e relegare l’oro di Berlino Adam Kszczot al sesto posto.
CONFERME E RIVINCITE — Le fatiche degli Europei si fanno sentire quasi per tutti. Fa eccezione la campionessa del lungo Malaika Mihambo che all’ultimo salto sfiora i sette metri (6.96/+1.5). Accorcia ai 1500 l’oro dei 5000 Sifan Hassan e rimane di poco sopra i quattro minuti (4’00”60). La campionessa europea dei 400 ostacoli Lea Sprunger (54”86) vince il duello con la giamaicana Janieve Russel (54”91). È infruttuoso l’assalto al record britannico per la scozzese Laura Muir nei 1000 (2’33”92). Rivincita nel peso, con la tedesca Christina Schwanitz (18.20) che ribalta il verdetto dell’Olympiastadion, dove era stata scalzata all’ultimo lancio dalla polacca Paulina Guba (oggi 17.92). Anche lo spagnolo ex cubano Orlando Ortega (110hs) si riscatta da un bronzo che gli stava stretto (13”08 a Birmingham) e spinge in terza piazza il campione europeo Pascal Martinot-Lagarde (13”27), dietro anche al giamaicano Ronald Levy (13”22). In molti hanno già la testa alle finali. L’oro dei 400 Matthew Hudson-Smith se la prende comoda (45”59) a braccetto con lo statunitense Fred Kerley (45”54). Nell’alto, Mateusz Przybylko (2.35 a Berlino) fatica già dalle misure più basse e sbaglia tre volte 2.24, mentre spunta la novità Brandon Starc, l’australiano al primo 2.33 in carriera. Fuori presto anche Katerina Stefanidi nell’asta, solo 4.52, appena quarto Thomas Rohler (84.33) nel giavellotto dell’altro tedesco Andreas Hofmann (89.82).
OSAKUE QUARTA — L'azzurra Daisy Osakue ha chiuso quarta al meeting di Goteborg, in Svezia. La 22enne discobola azzurra chiude con 55.79 all'ultimo turno in un pomeriggio freddo e ventoso, con pioggia a tratti. Per la giovane piemontese, brillante protagonista agli Europei di Berlino col quinto posto finale, oggi la gara era invece iniziata con quattro nulli seguiti da 55.57. Vittoria alla tedesca Shanice Craft, bronzo nella rassegna continentale, grazie al 58.90 di apertura.


Montecarlo: Chepkoech mondiale, Tamberi 2,27
Nel Principato di Monaco, la keniana con 8:44.32 toglie più di otto secondi al record sui 3000 siepi. Il campione europeo cresce nell’alto di Lysenko (2,40), Grenot sesta nei 400 metri in 51.56.
Un record del mondo sensazionale al meeting di Montecarlo, decima tappa della IAAF Diamond League. Nei 3000 siepi la keniana Beatrice Chepkoech demolisce il primato con 8:44.32, più di otto secondi meglio del precedente limite stabilito nel 2016 da Ruth Jebet (8:52.78). Alle sue spalle record americano per Courtney Frerichs in 9:00.85. Il russo Danil Lysenko vola a 2,40 nell’alto e diventa il 13esimo della storia a superare questa misura all’aperto. Ma si fa notare il progresso di Gianmarco Tamberi, il campione europeo che salta 2,27 e aggiunge un centimetro al primato stagionale, per il quinto posto nella gara del ritorno sulla pedana dove due anni fa passò in pochi minuti dalla gioia per il record italiano (2,39) al dolore dell’infortunio. La bicampionessa europea Libania Grenot è sesta in 51.56 nei 400 metri che riportano la specialità sotto i 49 secondi, per la prima volta negli ultimi nove anni: 48.97 dell’olimpionica Shaunae Miller-Uibo e 49.08 di Salwa Eid Naser, ventenne del Bahrain che firma il record asiatico. Gran volata del 21enne statunitense Noah Lyles, ormai sempre più padrone dei 200 metri con 19.65 (+0.9), ottavo di sempre al mondo. Serata magica nel Principato di Monaco: sui 1500 il keniano argento iridato Timothy Cheruiyot al personale di 3:28.41 (settimo alltime) davanti al campione mondiale Elijah Manangoi (3:29.64). Ancora nei 3000 siepi, ma tra gli uomini, 7:58.15 del marocchino Soufiane El Bakkali che adesso è il decimo di sempre. Crono super anche sugli 800 con Nijel Amos tornato ai livelli del 2012 con 1:42.14, mentre al femminile 1:54.60 di Caster Semenya. Bel duello sospinto dal vento nel triplo: Christian Taylor atterra a 17,86 (+2.1) per battere Pedro Pablo Pichardo (17,67/2.4). Nei 110hs si conferma al vertice il russo Sergey Shubenkov con 13.07 (-0.2) e nell’asta la connazionale Anzhelika Sidorova sorprende tutte con 4,85. In tutto sette migliori prestazioni mondiali dell’anno, due record della Diamond League e sei primati del meeting.
LYSENKO VOLA A 2,40, TAMBERI CRESCE A 2,27 - Due anni e 5 giorni da quella serata maledetta, Gianmarco Tamberi compie un altro passo della sua rinascita a Montecarlo. Stasera il campione europeo è tornato a quota 2,27 nel meeting del Principato. È il suo miglior salto nelle cinque gare outdoor affrontate del 2018. Di meglio, post-infortunio, ha fatto solo con il 2,29 della qualificazione ai Mondiali di Londra. Qui 735 giorni fa il volo a 2,39, un imponente record italiano, e poi il fatale attacco a 2,41 e il drammatico crack al piede di stacco. Naufragato il sogno olimpico di Rio, mister HalfShave ha dovuto affrontare la lunga e delicata strada del recupero. In curva stasera lo attende un tripudio di tifosi e di bandiere tricolori, tra di loro anche il bronzo olimpico della marcia Elisa Rigaudo. Un boato al suo ingresso nello stadio, tutti per Gimbo che distribuisce cinque a raffica e poi si inginocchia e bacia quella pedana che per lui è stata gioia e dolore. Barba a metà, l’azzurro cerca come sempre la clap: 2,15 e 2,20 alla prima, un errore a 2,24 e 2,27 che arriva alla terza prova. L’iridato indoor del 2016 nel suo salto decisivo mostra una rincorsa convincente, corre fino in fondo e lo stacco lo proietta oltre l’asticella con una bella luce. Niente da fare al successivo 2,30 per il marchigiano delle Fiamme Gialle. Probabilmente sarà lui stesso il primo a dire che c’è ancora da lavorare. Ma questo è già un segnale che fa tornare il sorriso. Nel frattempo il russo Danil Lysenko vola nell'esclusivo club dei 2,40, il tredicesimo uomo al mondo a varcare questa soglia all'aperto. Il 21enne è semplicemente perfetto: 6 salti e 6 misure (da 2,20 a 2,40!), senza errori. Due centimetri di progresso personale, eguagliata la world lead dell'anno dell'infortunato Mutaz Barshim. Campione mondiale in sala, Lysenko si impossessa anche del record del meeting.
CHEPKOECH SUL TRONO - Arriva dai 3000 siepi di Montecarlo una delle prestazioni in assoluto più eclatanti delle ultime stagioni. Un crono che probabilmente sembrava inavvicinabile e che invece è realtà. La 27enne keniana Beatrice Chepkoech realizza un autentico capolavoro per disintegrare il record mondiale di Ruth Jebet con una gara condotta a grandissimo ritmo, non solo nella parte iniziale (2:55.23 per la pacer Caroline Tuigong) ma anche più avanti (5:49.81 ai 2000 metri) e chiude in un eccezionale 8:44.32. Era già andata sotto i nove minuti, quarta della storia a riuscirci, l’anno scorso con 8:59.84 a Zurigo e tre settimane fa a Parigi in 8:59.36 per le prime avvisaglie di ciò che si sarebbe materializzato stasera. Ma era famosa anche per i quarti posti: alle Olimpiadi di Rio e poi quello rocambolesco ai Mondiali di Londra, con un errore di percorso e la retromarcia verso la riviera. Da questa sera è la primatista mondiale. L’argento iridato Courtney Frerichs in 9:00.85 batte il record americano della connazionale Coburn, oggi quarta (9:05.06) preceduta dalla keniana Hyvin Kiyeng (9:04.41).
400 SPAZIALI - Si vola sul giro di pista con la strepitosa impresa dell’olimpionica Shaunae Miller-Uibo che butta giù il muro dei 49 secondi, come non accadeva da nove anni in questa specialità: 48.97 per il record della Diamond League, quasi mezzo secondo meglio del suo 49.44 vincente ai Giochi di Rio. L’ultima sotto la barriera era stata la statunitense Sanya Richards-Ross (48.83 a Bruxelles nel 2009). Una gara entusiasmante, condotta dalla bahamense con la ventenne Salwa Eid Naser all’interno e a sua volta impetuosa in 49.08, nuovo primato asiatico per la ragazza del Bahrain. Entrambe salgono ai piani alti delle liste alltime, rispettivamente al decimo e tredicesimo posto. La due volte campionessa europea Libania Grenot chiude sesta in 51.56 dalla corsia più esterna: è il terzo tempo dell’anno per la “panterita” delle Fiamme Gialle, preceduta tra le altre anche dalla slovena Anita Horvat (quinta con il record nazionale di 51.22) ma davanti alla francese Floria Guei (ottava in 51.66).
LYLES SPRINT - Va sempre più forte Noah Lyles. Per lo statunitense. 21 anni compiuti mercoledì, un altro crono-monstre nei 200 metri già corsi quest’anno due volte in 19.69 (Eugene e Losanna) dopo il 19.83 di Doha. Stavolta fa ancora meglio con 19.65 (+0.9), per scalare due posizioni nelle liste alltime: ora è ottavo. Ma soprattutto il doppio leader mondiale del 2018 (anche sui 100 con 9.88) lascia a bocca aperta perché scorre sulla pista con estrema compostezza e poi nell’esultanza si concede un salto mortale all’indietro che manda in visibilio il pubblico dello stadio Louis II. Un successo per distacco sull’iridato Ramil Guliyev, comunque sotto i 20 secondi con 19.99. Al femminile prosegue la striscia vincente di Marie-Josée Ta Lou, imbattuta quest’anno nei 100 metri. L’ivoriana sfreccia in 10.89 (+0.1) con netto margine sulla connazionale Murielle Ahouré (11.01) e sulla campionessa olimpica Elaine Thompson (11.02).
MEZZOFONDO DA TOP TEN ALLTIME - Prodezze a non finire sull’anello monegasco. Come da tradizione, anche i 1500 regalano una sfida memorabile in cui Timothy Cheruiyot si conferma il numero uno del momento con la perla di un superlativo 3:28.41, settimo uomo della storia, al quinto centro stagionale in Diamond League. Si arrende con l’onore delle armi l’iridato Elijah Manangoi, che firma il secondo risultato in carriera con 3:29.64. Poi c’è la scatenata coppia di fratelli norvegesi: il campione continentale Filip Ingebrigtsen (3:30.01) diventa il sesto europeo alltime e toglie il limite nazionale a Henrik (3:31.46 nel 2014), una soglia infranta anche dal non ancora 18enne Jakob che si migliora di quasi cinque secondi (!) con 3:31.18 rispetto al 3:36.06 di Oslo. È il nuovo record europeo under 20 che viene sottratto allo spagnolo Reyes Estevez (3:35.51) e resisteva dal 1995, oltre che l’age record mondiale per un 17enne. Da segnalare anche il primato ceco di Jakub Holusa, decimo in 3:32.49. Finale di serata con l’ennesimo botto: nei 3000 siepi protagonista il marocchino Soufiane El Bakkali che surclassa tutti i big della specialità per un sontuoso 7:58.15, decimo di sempre, davanti agli altri medagliati mondiali Evan Jager (8:01.02) e Conseslus Kipruto (8:09.78 per l’iridato). Negli 800 la sudafricana Caster Semenya prova l’assalto al record mondiale con un passaggio intermedio velocissimo (55.76) per chiudere in 1:54.60, sesta prestazione di ogni epoca e seconda personale dopo quella di Parigi (1:54.25). Dietro la burundese Francine Niyonsaba (1:55.96), ne approfittano per il record nazionale la giamaicana Natoya Goule (1:56.15) e l’etiope Habitam Alemu (1:56.71), con il quarto posto alla statunitense Ajee’ Wilson (1:56.45).
AMOS IS BACK - Meglio di così, soltanto nella fantastica finale di Londra 2012, quella del record mondiale di David Rudisha. Nel Principato di Monaco oggi il dominatore degli 800 metri è Nijel Amos con un formidabile acuto che lo riconduce ai massimi livelli in 1:42.14, come non gli capitava da quelle Olimpiadi. Per il 24enne del Botswana è la seconda prestazione della carriera, che vale ovviamente la word lead. Clamorosi i risultati anche dei più immediati inseguitori: il canadese Brandon McBride (1:43.20) e lo spagnolo Saul Ordonez (1:43.65), tutti e due al primato nazionale. Sesto l’iridato francese Pierre-Ambroise Bosse con 1:44.20. Dopo quasi 50 anni cade lo storico record oceanico di Ralph Doubell, il tempo di 1:44.40 che significò la vittoria olimpica a Città del Messico: al settimo posto c’è l’australiano Joseph Deng, rifugiato keniano, in 1:44.21.
ANCORA SHUBENKOV - Non conosce rivali Sergey Shubenkov in questa stagione. Il 27enne russo impressiona anche stasera nei 110hs per la sua azione da manuale tra le barriere in 13.07 (-0.2), non lontano dal muro dei 13 secondi già frantumato tre volte nelle recenti uscite. A debita distanza gli altri: lo spagnolo argento olimpico Orlando Ortega (13.18) e il francese Pascal Martinot-Lagarde, al season best di 13.20. Tra le donne 100 ostacoli monopolizzati dalla statunitense Queen Harrison in 12.64 (-0.3).
SALTI SHOW - Solo il vento guasta la festa nel triplo, ma fino a un certo punto. Gli hop-step-jump di Christian Taylor e Pedro Pablo Pichardo esaltano la folla con l’americano autore di una serie eccellente: quattro salti da 17,60 in su e 17,86 ventoso di un’inezia (+2.1) al secondo ingresso in pedana. Il cubano risponde con 17,67 (+2.4) dopo un 17,60. Tante pretendenti al successo nell’asta, ma stavolta è la russa Anzhelika Sidorova l’unica a superare 4,85 alla seconda prova. La campionessa europea del 2014, e argento mondiale indoor, mette in fila tutte le più titolate avversarie: Yarisley Silva, Katerina Stefanidi e Sandi Morris a 4,80, settima invece l’emergente neozelandese Eliza McCartney con 4,75 a tre giorni dal 4,94 nel meeting tedesco di Jockgrim. Alla stessa quota di 4,75 crescono la statunitense Katie Nageotte e anche Ninon Guillon-Romarin con il record francese. In profondità è la miglior gara della storia, con prestazioni-top per i piazzamenti dal quarto all’ottavo.
CHE PESO - Nel prologo di giovedì sera, dedicato al getto del peso al porto d’Ercole, ritorno vincente del campione olimpico Ryan Crouser (22,05) nei confronti di Darrell Hill (21,72), che lo aveva battuto ai campionati nazionali, e del brasiliano Darlan Romani (21,70). Gara di altissimo livello: alle spalle del polacco Michal Haratyk (21,59) arrivano i migliori risultati di sempre per il quinto posto (Tom Walsh 21,49), il sesto (David Storl 21,41) e anche il settimo (Tomas Stanek 21,24). Al femminile l’iridata cinese Gong Lijiao conferma l’imbattibilità all’aperto nel 2018 con quattro lanci oltre quelli delle avversarie e un 20,31 ad appena 12 centimetri dal personal best. Progressi per Valerie Adams, quarta con il primato stagionale di 19,31.

Rabat: Coleman su, Latsiskene giù
Nella nona tappa della Diamond League, lo sprinter statunitense rientra con il successo sui 100 in 9.98 e la russa perde l'imbattibilità nell'alto che durava da due anni
Nella nona tappa della IAAF Diamond League, a Rabat (Marocco), Christian Coleman torna e vince i 100 metri in 9.98 (-0,4) pareggiato da Ronnie Baker e davanti di un centesimo a Noah Lyles. L'appuntamento africano del circuito offre cinque migliori prestazioni mondiali dell'anno, un primato europeo, un record della Diamond League e ben nove primati del meeting. Grandissimo 5000 donne, dove Hellen Obiri scandisce il crono da capolista stagionale in 14:21.75 trascinando l'olandese Sifan Hassan al record europeo di 14:22.34, in una gara dove si sono registrate le migliori prestazioni di sempre dal terzo al quinto posto. Solo sesta Genzebe Dibaba, fuori dal pokerissimo di atlete lanciate per la volata decisiva. Caster Semenya vince i 1000 metri in 2:31.01, sesta prestazione all-time e record della Diamond League. Clamoroso nell'alto donne: Mariya Lasitskene-Kuchina non sale oltre l'1.90 e perde l'imbattibilità dopo due anni e 45 gare. Vince la bulgara Demireva con 1,94. World lead anche da Benjamin Kigen sui 3000 siepi (8:06.19), dall'etiope Yomif Kejelcha sui 3000 in 7:32.92 (record del meeting) e dalla colombiana Ibarguen nel triplo (14,96/0,1). Primati del meeting con l'estone Magnus Kirt nel giavellotto (89,75), il giamaicano Akeem Bloomfield sui 400 (44.33), gli statunitensi Sam Kendricks nell'asta (5,86), Brianna McNeal-Rollins nei 100hs (12.51/0.1) e la bahamense Shaunae Miller-Uibo sui 200 vinti dopo una rimonta di irrisoria facilità (22.29/-0.5). Vincono anche il marocchino Kaazouzi sui 1500 metri in 3:33.42, la burundiana Niyonsaba sugli 800 in 1:57.90, la tedesca Schwanitz nel getto del peso con 19,40 e il giamaicano Gayle nel lungo con 8,09/0,1.

Christian Coleman c'è: il primatista mondiale indoor dei 60 metri torna dopo la sosta successiva al Golden Gala e vince i 100 metri eguagliando il primato del meeting di 9.98 (-0,4) al termine di una volata thrilling in cui ha avuto la meglio su Ronnie Baker, protagonista della Diamond League 2018 con i successi di Eugene, Roma e Parigi. Un poker di statunitensi sul fotofinish, anche grazie al prodigioso recupero di Noah Lyles, partito con l'handicap di quasi due metri rispetto a Coleman, e capace di rimontare fino a piombare sul traguardo in 9.99. Due centesimi dietro, l'onnipresente Mike Rodgers.

Straordinario 5000 donne, dove mai si è corso così veloce per un terzo, un quarto e un quinto posto, con autentiche gemme incastonate dalla keniana Hellen Obiri, prima con il miglior crono del 2018 in 14:21.75 (a quasi tre secondi dal personale stabilito al Golden Gala 2017) e l'olandese di origini africane Sifan Hassan, capace di disintegrare il primato nazionale arrivando addirittura al primato d'Europa di 14:22.34 (precedente 14:23.75 della russa Shobukhova). Una gara partita su ritmi decisamente alti e risolta negli ultimi 400 metri in favore della keniana. Personal best a pioggia per le piazzate, Gidey (14:23.14), Teferi (14:23.33) e Tirop (14:24.24). Fuori dal coro la favorita Genzebe Dibaba, sesta in 14:42.98. L'altro show lo offre come prevedibile Caster Semenya: la sudafricana killereggia i 1000 metri in cui stabilisce la sesta prestazione all-time in 2:31.01, il miglior crono della stagione, il record nazionale e del meeting e il miglior tempo su suolo africano. Staccatissime di oltre cinque secondi le due statunitensi Brown e Edwards.

La nona tappa della IAAF Diamond League 2018 a Rabat si apre con l'inattesa sconfitta di Mariya Lasitskene-Kuchina nel salto in alto. Dopo una grandiosa striscia di 45 vittorie consecutive, la russa campionessa del mondo ha commesso tre errori sulla misura di 1,94, chiudendo terza pari misura (1,90) con l'ucraina Tabashnyk, lasciando campo libero all'altra ucraina Levchenko (seconda con 1,94) e alla bulgara argento olimpico Demireva, che ha provato senza successo i 2,02 aggiudicandosi la gara con una progressione senza errori fino a 1,94. L'ultima sconfitta della Lasitskene risaliva ai campionati russi del 23 giugno 2016. Le dichiarazioni della russa nel post-gara: "Sono dispiaciuta ma può succedere. Ho perso, nessun problema né infortuni, solo una giornata storta.

L'arrivo vincente di Christian Coleman (foto Durand/IAAF Diamond League)
Mariya Lasitskene-Kuchina (foto Durand/IAAF Diamond League)
Ora ho bisogno di tornare ad allenarmi lavorando duro".

Le altre world lead del mezzofondo sono arrivate dai 3000 siepi vinti ancora da Benjamin Kigen, stavolta col personale firmato a 8:06.19 davanti all'etiope Beyo (8:07.27) e al marocchino El Bakkali (8:09.58) e sui 3000 metri (anche primato del meeting) vinti dall'etiope Yomif Kejelcha in 7:32.92 dopo una lunga volata in cui ha avuto la meglio sull'ex-connazionale Birhanu Yemataw Balew, atleta del Bahrain (personale a 7:34.26) e a sorpresa sull'australiano Stewart McSweyn (7:34.79, gran personale), che ha vinto lo sprint per il terzo posto contro Paul Chelimo (7:34.83). Ancora battuto il campione del mondo dei 5000 Edris (quinto). Altro primato del meeting con la regale volata sui 200 di Shaunae Miller-Uibo in 22,29 (-0.5). La bahamense è partita senza brillare e ha ingranato la quinta solo dopo l'ingresso in rettilineo, recuperando con grande facilità le avversarie e superandole in scioltezza. Dietro di lei, a cifra tonda, 22.40 di Dina Asher-Smith, 22.60 di Jenna Prandini, 22.70 per l'americana Thomas e l'ivoriana Ahouré.

Pronostico rispettato anche nei 100hs dove la migliore del lotto, Brianna McNeal-Rollins, ha ingaggiato un duro duello con l'avversaria della corsia a fianco, l'altra statunitense Nelvis, superata con luce netta solo nell'abbrivio al traguardo in 12.51/0,1 (record del meeting). Per la Nelvis 12.58 davanti all'altra americana Manning (12.72) e alla Harper-Nelson (12.86), per un poker tutto a stelle e strisce. Ancora una vittoria USA firmata con record del meeting: è Sam Kendricks a volare più in alto di tutti nell'asta migliorando di un centimetro (5,86) il precedente primato del polacco Wojciechowski, stasera secondo con 5,80, la stessa misura del russo Morgunov, recentemente salito a 5,92. Come per la Lasitskene, serata-no per Renaud Lavillenie, incapace di valicare i 5,60. La zampata di Caterine Ibarguen vale il miglior salto della stagione, un 14,96/0.1 che permette alla colombiana di tornare prossima ai 15 metri. Battute le migliori avversarie della stagione, la giamaicana Williams (14,47/0.4) e la statunitense Franklin (14,42/0.4).

Sui 400 uomini gran 44.33 del giamaicano Akeem Bloomfield (record del meeting all'esordio in Diamond League) in una gara con cinque specialisti su sei sotto i 45 secondi. Dietro il 21enne caraibico, il co-favorito qatariano Haroun (44.69), il britannico Hudson-Smith (44.79), il dominicano Santos (44.80) e l'immancabile americano Dedewo (44.82). Ottimo il 1500 metri vinto dal marocchino Kaazouzi con il personal best fissato a 3:33.42, superando negli ultimi trenta metri il campione europeo Filip Ingebrigtsen (3:33.40), il gibutiano Souleiman (3:33.42), il ceco Holusa (3:33.80) e il britannico Charlie Grice (3:34.20). Otto uomini sotto i 3:35 per un miglio metrico di bel respiro e alto agonismo. Pronostico rispettato sugli 800 femminili, dove la burundiana Niyonsaba ha fatto sua la gara in 1:57.90 sulla giamaicana Goule (1:58.33) e la marocchina Arafi (1:58.84). Bel doppio giro con sette ragazze sotto i due minuti.

Lanci con il giavellotto uomini in cui lo scherzo finale dell'estone Magnus Kirt (89,75, record del meeting e primato nazionale) è costato la vittoria al tedesco Hofmann, a lungo in testa con un altro primato di Rabat (88,58). Terzo il ceco Vadlejch che con 85,21 all'ultimo lancio ha superato il campione olimpico Rohler. Peso donne chiuso al primo lancio dal 19,40 di Christina Schwanitz, rientrata quest'anno dopo la maternità e proiettata verso Berlino con ottime prospettive. Seconda col personale fissato a 19,21 la bielorussa Dubitskaya, terza l'ex-leader della specialità Valerie Adams (18,93, primato stagionale). Nel lungo vince il giamaicano Gayle con 8,09 (0,1) davanti ai quotatissimi lunghisti USA Dendy (8,05/-0,3) e Lawson (8,03/-0,7).

La redenzione del 'tossico': Luvo Manyonga ora è un esempio nella città della droga
Luvo Manyonga il lunghista è una delle stelle dei Giochi del Commonwealth. Un passato drammatico, gareggerà a Gold Coast in Australia in una città che ha il triste record della proliferazione dell'uso di metanfetamina. Un'epidemia di eccessi che sta uccidendo i teenagers
Luvo Manyonga era un tossico. Luvo Manyonga è il lunghista più forte del mondo. In cinque anni il mondo si è ribaltato. Era ancora giovanissimo quando si rese conto che la vita era una sequenza di spigoli e che quella cosa che chiamano infanzia era un miscuglio di false certezze e sofferenza interiore. Era adolescente quando approfondì il tema scoprendo di non riuscire più a muoversi senza il peso della sordida angoscia coltivata in famiglia, da quel padre e da quella madre, camionista e domestica a ore, che si interessavano a lui come ci si può interessare ad una zavorra che ti spinge a fondo: "Non mi hanno fatto mancare niente ma erano distanti". Iniziò a drogarsi. Poco, sempre più, troppo. Luvo si guardava intorno e non vedeva altro che macerie. Non gli avevano insegnato la curiosità, non lo avevano mai stimolato a credere in se stesso. Sapeva solo di essere nato a Mbekweni, a un'ora di macchina da Città del Capo, ma che era meglio che quel nome venisse pronunciato il meno possibile. Luvo si frugava nelle tasche e ogni giorno scopriva che non c'era nulla da stringere. Quando rialzava la testa, al termine dell'inutile e quotidiana ricerca, il suo sguardo non era cambiato. Era solo un po' più triste di prima. Fu così che s'inventò un personaggio: "Io sono quello felice". Ma non era vero. Aveva convissuto con un benessere superficiale. Si avvicinò all'atletica. Funzionava. I suoi compagni d'allenamento lo raccontavano "full of joy". Ma rimaneva quell'ombra di dolore e ogni tanto Luvo ricadeva nel buco. Era forte ma era come se qualcuno o qualcosa lo tirassero indietro.
Quando gli morì il suo primo allenatore, Mario Smith, nel giugno del 2014, Luvo entrò nella spirale più atroce. Gli si leggeva la morte in faccia: la sua però, non quella del suo allenatore. Di lui scrissero: "Ha due strade: o sale su un podio olimpico o muore prima dei 30 anni". Per non soffrire più aveva deciso di soffrire di più: si era trasformato in un tossicodipendente, assumeva metanfetamina, il "crystal meth", che si trova ovunque, che stermina i giovani, che fa sentire giganteschi e poi ti annienta. Luvo Manyonga è una delle stelle della nuova atletica, il passato si è dissolto, ha scelto la prima strada, quella luminosa. Un irlandese esperto di sport e di uomini gli è stato vicino, John McGrath. Con Semenya e Van Niekerk, Luvo compone il trio che guida il carrozzone dell'atletica sudafricana, è uno da 8,65 (saltato nell'aprile del 2017), uno che a Rio ha conquistato quel podio che rappresentava l'alternativa alla morte e che lo scorso anno a Londra è diventato campione del mondo.
Luvo Manyonga sarà la punta tecnica e mediatica dei Giochi del Commonwealth che iniziano oggi a Gold Coast in Australia (qualificazioni del lungo giovedì), in una città che calza alla perfezione ed è metaforicamente perfetta per completare la sua esperienza di vita, quasi obbligandolo a un impegno morale per sostenere chi come lui ha visto i demoni entrargli nel cuore: Gold Coast è infatti la città che sta vivendo più di altre, nel Queensland, una drammatica proliferazione dell'uso di metanfetamina, della "crystal meth" nota anche come "ice". Un'epidemia di eccessi che sta uccidendo i teenagers. La stessa materia di cui Luvo per qualche tempo voleva che fossero fatti i sogni, dilaga da quelle parti e a nessuno importa di ritrovarsi sdraiato per terra con arresti cardiaci a 40 anni, ammesso che ci arrivi, con psicosi e blocchi renali: conta solo l'euforia del momento e Luvo conosce quella sensazione di fragile onnipotenza.
I paramedici di Gold Coast hanno lanciato l'allarme: "Quattro overdose a festa". Ambulanze che sfrecciano nella notte. In meno di dieci anni la diffusione del "ghiaccio" è aumentata del 250%. "Vorrei prenderli uno per uno e dir loro: ragazzi avete preso la strada della morte, la strada sbagliata", dice Manyonga. Ma il suo messaggio non può arrivare agli interessati, perché sono i meno interessati di tutti: "Loro non ascoltano, lo so, la teenage despression è un mostro difficile da combattere, io avevo 18 anni quando ho cominciato a drogarsi e a perdermi. E a alla fine non è neppure questa la verità: la verità è che quando cominci a perderti vuol dire che ti eri già perso prima, tanto tempo prima. E in quel momento non avevo più grandi problemi economici, a
volte è la ricchezza che distorce e uccide, trasforma i desideri". La città chiede aiuto al Batman del lungo: "Se vinci qualcuno racconterà con parole forti la tua storia", hanno detto alla tv. Con Luvo come spontaneo testimonal, magari quel miliardo e mezzo di sterline investite dal governo australiano per scongelare il "ghiaccio" nelle vene dei suoi disperati ragazzi un giorno produrrà qualcosa. Un salto nel buio per riportare la luce.
di ENRICO SISTI repubblica.it

Meucci fa il suo personale, ma non sfonda il muro

Primato personale con 2 ore 10 minuti e 45 secondi e sesta piazza finale per Daniele Meucci alle Lake Biwa Marathon di Otsu in Giappone. Con un piccolo incremento di 11 secondi. Ma ancora una volta sopra il piccolo-grande muro delle 2 ore e 10 minuti. Quello che segnala l’entrata nell’ampio ghota della maratona, visto che nel 2017 ben 153 atleti hanno corso sotto questo tempo.
GALOPPATA ESALTANTE Eppure mai come stavolta, alla sua decima esperienza in maratona, sembrava che per il 32 enne fondista azzurro fosse arrivata la volta buona per centrare l’obiettivo di giornata. Anzi addirittura buonissima. Il passaggio a metà gara in 1h03:58, con parziali di 30.22 (10km) e di 30.17 (20 km), quindi ancora 1h31:04 al 30° km (30.25) per una media complessiva di 3.02 al km, con una proiezione finale appena sopra le 2 ore e 8 minuti facevano prevedere un grande crono finale. Anzi addirittura esaltante.
LA CRISI Poi improvvisamente si è spenta la luce. Il passaggio al 40° km in 2h03.40, con un parziale di 32.36, cioè di 3.15 al km, spegneva di colpo tutti i sogni di gloria. Molto sofferti anche i 2 km e 195 metri finali percorsi dall’ingegnere pisano in 7.05, mantenendo più o meno la stessa media di 3.15. Cosa può essere successo?
IL RIFORNIMENTO LENTO Meucci fa risalire nella fatica supplementare fatta fra il 25° ed il 27° km per colmare, forse troppo violentemente, il ritardo accumulato dal gruppo di testa ad un rifornimento, l’inizio della successiva crisi sofferta dal 30° km all’arrivo. Si può dargli credito, anche perché correndo già sui suoi limiti possono essere state fatali anche poche centinaia di metri fatte ancora più velocemente per mandarlo in debito d’ossigeno. Meno significativo invece sottolineare che l’azzurro abbia poi recuperato parecchie posizioni nel finale visto che andando già lui a 3.15 al km si trattava evidentemente di atleti in totale crisi
GARA IN PROGRESSIONE Crisi post rifornimento a parte, si ha comunque la sensazione che Meucci sia un corridore formidabile nelle maratone con in palio un titolo. Quando il tatticismo fa sì che per la prima metà gara il ritmo non sia esasperato, ma che poi vada in continuo crescendo di velocità. Rimanendo sul piano teorico, anche alla luce del suo personale sui 10.000 metri di 27:32.86, l’allievo di Massimo Magnani ha sicuramente il potenziale per correre la distanza della maratona fra 2h08 e 2h09.
POCA FORTUNA Certamente finora non è stato molto fortunato. Proprio ad Otsu nel 2015, quando giunse secondo in 2h11.10 fu penalizzato da una giornata infame caratterizzata da una pioggia battente. Rimane il fatto, se vogliamo anche singolare, che a otto anni dall’esordio sui 42 km e 195 metri avvenuto a Roma nel 2010, Meucci, campione europeo di maratona in carica abbia ancora un personale da seconda fascia a livello internazionale. Tuuti i suoi quattro migliori tempi si collocano fra le 2h11:10 (Otsu 2015), le 2h11:02 (Zurigo 2014), le 2h10:56 (Londra 2017) ed ancora il recentissimo 2h10:45 di stanotte ancora ad Otsu. Tutti crono molto vicini fra di loro con una media al km compresa fra 3.06 e 3.06.05 al km.
PROVA POSITIVA. Comunque sia una prova positiva verso i prossimi europei di Berlino (5-12 agosto). Il nuovo primato personale di Meucci di 2h10:45 di Otsu è il terzo realizzato da atleti azzurri nel giro di sette giorni dopo quelli di Stefano La Rosa con 2h11:08 e di Giovanna Epis con 2h29:41 ottenuti invece lo scorso 25 febbraio a Siviglia.
IL POKERISSIMO DI OTSU Tornando a parlare della gara di Otsu rimane da segnalare i nomi ed i tempi dei cinque atleti arrivati al traguardo prima di Meucci. Un autentico festival dei debuttanti vedi il successo del keniota Macharia Ndirangu con 2h07:53, davanti al connazionale Alberto Korir 2° con 2h08:17. Quindi circolino rosso per l’esordiente neozelandese Jake Robertson autore di un pregevole 2h08:26. Infine al quarto e quinto posto un altro keniota Michael Githae con 2h09:21 davanti all’etiope Abera Kuma 2h09:31.


760mila euro per uno sprint: Shitara, il giapponese d’oro che ha fatto innamorare Tokyo
Il giapponese con un finale pazzesco fa il record nazionale (2h06’11”) che gli vale il ricco bonus. Ed è già testimonial Honda
Dickson Chumba ha vinto la maratona di Tokyo in 2 ore 5 minuti e 30 secondi al termine di una gara da metronomo (1h02’44” il passaggio a metà gara) e ha salvato l’onore del Kenya perché l’atteso Wilson Kipsang, che aveva dichiarato di essere pronto a riprendersi il primato mondiale, è stato costretto al ritiro al 16° km per problemi allo stomaco. Trentuno anni, da cinque uno dei più solidi maratoneti al mondo (come dimostrano le vittoria a Chicago nel 2015 e sempre a Tokyo nel 2014), Chumba ha allungato negli ultimi 5.000 metri per fare passerella nel finale. Ma alle sue spalle è accaduto davvero di tutto. Con un protagonista nuovo, che ha fatto impazzire il Giappone.
RIMONTA Yuta Shitara, 26 anni, ha rimontato posizioni su posizioni superando a velocità doppia chi lo precedeva: al 38° chilometro ha preso e lasciato sul posto il connazionale Inoue, al 40° ha salutato Kipketer e a 1500 metri dal traguardo ha vinto in poche battute la resistenza di Kipruto per chiudere secondo con un tempo strepitoso: 2h06’11”, nuovo record giapponese. Shitara ha abbassato di quasi tre minuti il suo personale stabilito a Berlino nel 2017 quando finì sesto solo 8 giorni dopo aver corso la mezza di Ustì Nad Labem (R. Ceca) in 1h00’17”, primato nazionale. Il secondo posto nella maratona di Tokyo vale tanto anche a livello economico perché Yuta è stato premiato con un assegno da 100 milioni di Yen, circa 760.000 euro.
RICCO Ma per il 26enne maratoneta giapponese i soldi non sono un problema. Da qualche tempo è infatti sponsorizzato dalla Honda, in prima linea insieme ad altri colossi come Toyota, Konica e Hitachi, negli investimenti sullo sport e sulla maratona in particolare. Così, in vista dell’Olimpiade di Tokyo 2020, sono stati stanziati ricchi bonus per i maratoneti giapponesi più meritevoli. Chi va sotto le 2 ore e 7 minuti, per esempio, incassa 10 milioni di Yen: 76.000 euro. Yuta Shitara a Tokyo ha fatto impazzire il pubblico ai bordi della strada e, al contrario di quanto direbbe il suo fisico (1.67 per 47 chili) per i runner locali è già un gigante. C’è chi sostiene che il suo vero rivale nei prossimi anni sarà il gemello Keita che ha già personali importanti sui 10.000 metri (27’51”) e sulla mezza (1h01’12”) e potrebbe presto passare seriamente alla maratona. La storia di due gemelli maratoneti in Giappone non è una novità. Prima di Yuko e Takayuki Matsumiya (2h09’18” nel 2005 e 2h09’28” nel 2012), tra gli Anni 70 e 80 Takeshi e Shigeru So, con tempi allora di primissima fascia (2h08’55” e 2h09’06”), contribuirono a fare della maratona un fenomeno popolare. Si narra che, qualche metro dopo i rifornimenti, c’era la corsa a raccogliere da terra le loro borracce vuote. Solo per il fatto di essere state “baciate” dalle labbra di uno dei gemelli So si erano trasformate, in pochi secondi, da anonimi oggetti in plastica a memorabilia.
Uomini: 1. D. Chumba (Ken) 2h05’30”; 2. Shitara 2h06’11”; 3. A. Kipruto (Ken) 2h06’33”; 4. G. Kipketer (Ken) 2h06’47”; 5. Inoue 2h06’54”; 6. F. Lilesa (Eti) 2h07’30”.
Donne: 1. B. Dibaba (Eti) 2h19’51”; 2. Aga (Eti) 2h21’19”; 3. Cragg (Usa) 2h21’42”.

Siviglia da record per Epis e La Rosa: si vola a Berlino!
Gli azzurri firmano i loro personali che rappresentano le seconde miglior prestazioni stagionali azzurre nelle rispettive categorie, alle spalle di Bertone e Meucci
Trasferta da applausi alla maratona di Siviglia per gli azzurri Stefano La Rosa e Giovanna Epis: per entrambi un piazzamento di prestigio, 7° il fondista grossetano, 6° la maratoneta veneta, ma soprattutto un nuovo primato personale per entrambi sulla distanza dei 42 km e 195 metri.
DOPPIO RECORD Stefano con 2h11:04 ha migliorato di 7 secondi il precedente 2h11:11 realizzato nel 2015 ad Amsterdam; clamoroso invece il miglioramento di Giovanna,cche con 2h29:38 ha letteralmente demolito il precedente 2h32.31 ottenuto nell’ottobre scorso sempre ad Amsterdam, abbattendolo così di quasi tre minuti! Entrambi tesserati per il Gruppo Sportivo Carabinieri Bologna, La Rosa ed Epis si vanno così ad inserire al secondo posto nelle liste stagionali 2017/2018 della maratona azzurra in vista delle selezioni per gli europei di Berlino (5-12 agosto). Tra gli uomini, il primo è Daniele Meucci con 2h10:56, tempo realizzato ai mondiali di Londra, mentre tra le donne Catherine Bertone con 2h28:34, tempo ottenuto alla maratona di Berlino 2017.
I PASSAGGI GARA DI LA ROSA La Rosa, che si allena nel Tuscania Camp in periferia di Siena, è passato in 31:14 ai 10 km, 46: 54 ai 15 km ed in 1h06:02 a metà gara: poi ha incrementato il ritmo, transitando prima in 1h18:18 ai 25 km, quindi in 1h33:35 al 30 km, quindi in 2h04:25 al km 40, per poi percorrere in 6.39 gli ultimi 2.195 metri di gara. La sua media al km è stata di 3.07: 1h06:02 + 1h05:02 le sue due rispettive metà gara.
I PASSAGGI DELLA EPIS La veneziana, che da novembre si allena con il gruppo Cus Pro Patria al Campo 25 Aprile di Milano, è passata in 35:16 ai 10 km, quindi in 52.46 ai 15 km transitando in 1h14:28 a metà gara. Ancora 1h28.48 ai 25 km e poi in 1h46:26 al 30 chilometro. al 40° chilometro, il suo passaggio è stato di 2h21:54, per poi finire in 7.44 gli ultimi 2.195 metri. 1h14:26 + 1h15:12 le sue rispettive due metà gara. Per entrambi si trattava della loro sesta maratona in carriera: singolare lo score della Epis, che si è sempre migliorata in ogni occasione, scendendo di quasi 10 minuti dal crono realizzato al suo esordio a Firenze con 2h39:28.
SIVIGLIA MARATONA DOC Celebrate le imprese dei due azzurri, la maratona di Siviglia è stata davvero un successo sia sul piano organizzativo, con quasi 14.000 concorrenti al via, sia sul piano tecnico con risultati di rilievo sia nella gara maschile che in quella femminile. Fra gli uomini la vittoria è andata al keniano Tuwei Kipsang con 2h08:22: fra le donne, successo per la marocchina Kaoutar Boulaid in 2h25:35, nuovo record della gara sivigliana.

Assoluti indoor: Lukudo e Folorunso, ecco la nuova Italia
Grande duello sui 400 con entrambe le azzurre di origine africana, qualificate per i Mondiali di Birminghan. Raphaela sorpresa dal suo 53"08: "Puntavo solo al personale". La Bongiorni vola i 60 in 7"27: migliora il primato stagionale e soddisfa lo standard richiesto dalla Iaaf per partecipare alla rassegna iridata. Triplo: Donato, a 41 anni, sfiora i 17 metri
Li chiamano i ragazzi della “seconda generazione”. L’atletica azzurra ne è piena: nati nel nostro Paese da genitori immigrati, italianissimi, cresciuti tra i banchi con i coetanei del posto, perfettamente integrati. Stanno diventando il motore della nostra nazionale e l’ultima giornata degli Assoluti indoor di Ancona svela un’altra di loro: Raphaela Lukudo ha origini del Sudan e al Palaindoor ha conquistato il titolo italiano nei 400, staccando anche il pass per i Mondiali di Birmingham (1-4 marzo). Papà cuoco, mamma collaboratrice domestica, anni fa lasciarono il Paese martoriato da una lunga e sanguinosa guerra civile, e raggiunsero l’Italia in cerca di condizioni migliori. Lei, oggi 23enne, è nata quando lavoravano ad Aversa (Caserta), poi si e spostata a Modena per seguire i suoi genitori e per due anni - quando già era entrata nel giro delle nazionali giovanili - si è anche trasferita a Londra. In Italia è tornata perché, dice lei, “volevo fare qualcosa di grande nell’atletica”. E da Ancona inizia la seconda parte della sua carriera, per lei che già lo scorso anno fu azzurra ai Mondiali di Londra come riserva della staffetta 4x400. “Questo sport è bello perché non conta che tu sia nigeriano, sudanese o di qualche altro Paese: qui contano i risultati”, si racconta a caldo dopo il suo primo titolo italiano assoluto.
DUE AI MONDIALI — Quella contro Ayo Folorunso (nigeriana d’origine, peraltro) è una battaglia combattuta con le unghie, ma in tutti i sensi: entrambe ipercolorate e curatissime. Insieme, Lukudo e Folorunso, se ne andranno ai Mondiali: la caparbietà di “Ayo" la si conosceva, quella di Raphaela esplode ad Ancona sull’onda di un maxi-miglioramento di 69 centesimi nei 400. La Lukudo, ora di stanza alla Cecchignola (Roma) al centro sportivo dell’Esercito, seguita dalla sua allenatrice Marta Oliva, spara un 53”08 che la proietta in un’altra dimensione e che le consente di battere in volata la Folorunso (53”15) al termine di una prova tatticamente intelligente: “Il minimo? Lo consideravo impossibile, puntavo soltanto al personale. Non l’avrei mai detto, così è bellissimo”. Anche in chiave staffetta azzurra per gli Europei di Berlino di agosto, il suo exploit è una notizia confortante.
DONATO ETERNO — Le risposte che cercava, Fabrizio Donato, le trova in un pomeriggio che restituisce una fiammella di vitalità all’atletica azzurra. Il suo salto da copertina è il terzo: la pedana è perfetta, l’hop-step-jump indiavolato. Sfiorare i diciassette metri (16.94) a 41 anni è magia. È la misura che permette al primatista italiano indoor e outdoor, bronzo olimpico di Londra 2012 e argento europeo indoor in carica, di conquistare il suo 23° titolo italiano. Dopodiché si ferma: era il rientro, forzare non serve a nulla. Il minimo per i Mondiali di Birmingham ce l’ha, è il 17.32 della scorsa stagione, qui serviva soltanto una prova di efficienza, in primis per se stesso.
BONGIORNI SHOW — Anna Bongiorni si conferma regina della velocità. E dopo aver staccato in mattinata il biglietto per i Mondiali, migliora ancora lo stagionale (7”27) a un centesimo dal suo primato. Sfiora, ma senza fortuna, il pass anche Irene Siragusa (7”32), mentre Johanelis Herrera Abreu completa la sua giornata di crescita (7”32 in batteria, 18/100 di miglioramento) con il 7”34 della finale. Al maschile, in una finale rocambolesca con tre eliminazioni per falsa partenza, il titolo va a Michael Tumi con 6”70. Mai come stavolta c’è bisogno del fotofinish: stesso tempo per Giovanni Galbieri e Alex Zlatan.

Coleman, questa volta è primato: scende a 6"34 sui 60 indoor
Ai campionati Usa il velocista migliora di 5/100 il tempo di Greene. Già in gennaio aveva abbassato quel 6"39, ma il tempo non era stato omologato per il mancato uso di blocchi elettrici. A Birmingham sarà una delle stelle dei Mondiali indoor
Stavolta nessuno potrà fermare la storia: Christian Coleman, privato del 6"37 da record mondiale dei 60 indoor il 19 gennaio scorso a Clemson (Sud Carolina) per il mancato uso dei blocchi elettronici, si è appropriato ufficialmente del primato correndo addirittura in 6”34 nei campionati americani di Albuquerque (Nuovo Messico). Un tempo da fantascienza, solo in parte giustificato dall’altura, che segna un miglioramento di ben 5 centesimi (un’enormità su una distanza così breve) rispetto al precedente primato stabilito da Maurice Greene con 6”39, la prima volta il 3 febbraio ’98 a Madrid ribadito nel 2001 ad Atlanta. Il record era ovviamente nell’aria per il 21enne fenomeno americano esploso nella scorsa stagione universitaria e approdato all’argento iridato davanti a Usain Bolt, alle spalle del connazionale Justin Gatlin, agli scorsi Mondiali di Londra. Ma nessuno immaginava un progresso così netto tant’è vero che il secondo classificato, il campione uscente Ronnie Baker, è finito distante nonostante il personale di 6”40.
IL COMMENTO — "Ho corso solo per vincere – ha detto Coleman ma con tanti avversari forti in gara ho dovuto spingere al massimo ed è arrivato il record. Credo che ci siano ancora margini di miglioramento: la partenza è stata discreta, c’è ancora tanto lavoro da fare". Quando il tabellone ha annunciato il record, al contrario del solito, Coleman si è lasciato andare alzando le braccia e saltellando sulla pista. Sarà lui a guidare la squadra americana ai Mondiali di Birmingham dal 1° al 4 marzo a Birmingham e lì ne vedremo sicuramente delle belle.

A Ras al-Khaima si vola: il record del mondo sfugge solo per un secondo
La Chemutai va ad un passo dallo scrivere la storia: gara velocissima anche tra gli uomini
CHE TEMPI
Profumo di ben due primati mondiali, uno addirittura sfuggito per un solo secondo. Anche se non sono arrivati i record, la 12° edizione della Rak Half Marathon corsa nell’emirato di Ras al-Khaima ha comunque prodotto una serie di risultati tecnici eccezionali: c’era da aspettarselo, vero, ma ciò che colpisce di più, al di là dei grandi tempi realizzati da vincitori della gara maschile e femminile è proprio il numero di grandi prestazioni cronometriche che si vanno ad inserire nella all time della distanza dei 21 km097 metri.
GARA MASCHILE Successo per il 27 enne keniota Bedan Karoki in un fantastico 58.42. Il fondista africano, atleta con personali di 13:15.25 (5000) e 26:52.12 (10.000), è stato medaglia d’argento ai mondiali di Cardiff del 2016 nella mezza maratona. Con il suo nuovo primato personale (prec. 59.10), l’atleta che fa parte della scuderia di Gabriele Rosa si va ad inserire al quinto posto nella all-time sulla distanza della mezza maratona, a soli 19 secondi dal primato mondiale dell’eritreo Zersenay Tadese (58.23 realizzato a Lisbona il 21 marzo 2010). I suoi passaggi gara: 13.53 (5000), 27.48 (10.000) 41.44 (15.000) 55.55 (20.000). Karoki ha preso la testa della corsa all’altezza del 19 km facendo poi il vuoto nell’ultimo tratto di 1.097 metri: anche se il parziale finale è tutto da verificare, alcuni addetti ai lavori hanno cronometrato gli ultimi 1.097 metri di gara del fondista keniota in uno stratosferico 2.47, il che vorrebbe dire aver corso l’ultimo km in 2.32 circa! Fosse vero, sarebbe davvero un primato mondiale in materia. Alle sue spalle, crono di rilievo per gli altri sei atleti classificati dal secondo al settimo posto, tutti sotto il muro dei 60 minuti. La grande sorpresa arriva dal secondo, il 21enne Jemal Ymer (Etiopia) 59.00, già quarto agli ultimi mondiali di cross e quinto ai giochi olimpici di Londra 2016 sui 10.000 metri. Dietro di lui tempi spaziali anche per Alex Kibet (Kenia) 59.06, Jorum Lumbasi Okombo (id.) 59.36, Morris Gachaga (id. ) 59.36, Wilfred Kimitei (id. ) 59.40, Edwin Kiptoo (id. ) 59.54.
MEDIA AL KM DI KAROKI : 2:47 al km!
DONNE
Ancora di più alto livello, se possibile, la gara femminile dove c’è stato il crollo della primatista mondiale Joyciline Jepkosgey all’altezza del 14° esimo chilometro, poi finita solo quinta in 1:06:46. La grande protagonista di giornata è stata la keniota Fancy Chemutai, che correndo in uno straordinario 1:04:52 ha sfiorato per un solo secondo il primato mondiale della Jepkosgey di 1h04:51. Dietro di lei, terzo tempo mondiale di sempre per una grandissima Mary Keitany con 1:04:55, ma formidabili pure i tempi di Caroline Kipkirui (1:05:07) e di Joan Chelimo Melly (1:05:37). Poi, dopo la già citata Jepkosgey al quinto posto, da segnalare i crono dell’etiope Degitu Azimeraw Asires (1:06:47) e della keniota Brigid Kosgey (1:06:48).
Fancy Chemutai, 23 anni il prossimo 20 marzo, prima di questa gara aveva un personale di 1:05:36 ottenuto il 22 ottobre 2017 a Valencia, finendo seconda nella gara record della Jepkosgey, ,oltre ad un primato di 30.06 sui 10 metri. In questa gara ben 11 donne hanno corso la distanza dei 21km097 metri sotto in 69 minuti!
Questi i passaggi gara della Chemutai: 15:13 (5000), 30.33 (10.000), 46.07 (15.000) poi un passaggio incredibile all’altezza delle 10 miglia (km 16,093 metri ) di 49:11, molto meglio del primato mondiale di Paula Radcliffe di 50:01. Ancora 61.34 (20.000) con successivo strepitoso testa a testa con Mary Keitany piegata solo negli ultimi 100 metri di gara grazie ad uno sprint travolgente. Gara meravigliosa che però ha beneficiato sino al traguardo del supporto di lepri maschili.
MEDIA AL KM DELLA CHEMUTAI : 3:04 al km!

Mondo: Ajee' Wilson trascinatrice-record
L'ottocentista USA trascina al primato del mondo le compagne della 4x800. Un 300-Record per la Miller-Uibo. Prestazioni-monstre di Korir, Taplin e Oduduru.
I Millrose Games di New York non deludono e regalano emozioni, nonostante l'antica e prestigiosa sede del Madison Square Garden, teatro di epici scontri della "noble art" della boxe, non sia più disponibile da qualche anno e la manifestazione, la più vecchia del calendario USA indoor, si sia trasferita nel più moderno impianto dell'Armory Track. La gemma dell'edizione 2018 è stata firmata da Ajee' Wilson, irresistibile ultima frazionista di una 4x800 con nel mirino il record mondiale detenuto dal 2011 con 8:06.24 dal quartetto russo formato da Bulanova, Martynova, Kofanova e Balakshina. La frazione della Wilson (1:58.37) è stata determinante per portare il limite mondiale a 8:05.89, dopo i quattro giri inanellati da Chrishuna Williams (2:05.10), Raevyn Rogers (2:00.45) e Charlene Lipsey (2:01.98).
MILLER, RECORD SUI 300 - Altra perla della serata newyorchese sui 300 donne, dove la miglior prestazione mondiale sulla distanza, detenuta da 25 anni anche in questo caso da una russa (Irina Privalova) è stata eguagliata dalla campionessa olimpica dei 400 Shaunae Miller-Uibo in 35.45. Tra gli altri risultati della riunione, spicca soprattutto l'eccezionale 1:44.21 del keniano Emmanuel Korir sugli 800. L'allievo di Paul Ereng, capofila 2017 con l'1:43.10 di Montecarlo, entra nel top-3 di sempre al coperto con il nuovo primato africano (precedente 1:44.52 dell'etiope Aman). Ancora dal mezzofondo il 3:54.14 del britannico O'Hare sul miglio, e nei salti l'1,96 della campionessa mondiale indoor di alto Vashti Cunningham e il terzo successo di fila nell'asta per la greca Stefanidi ai Millrose Games con 4,71 (assente la Morris). Dalle altre corse, 6.48 di Ronnie Baker e 7.11 dell'ivoriana Ahoure sui 60.
VOLATE DIVINE - Anche altrove negli States grandi prestazioni, ma di atleti non statunitensi: il nigeriano Divine Oduduru, argento mondiale junior nel 2014, ha corso i 200 in un sensazionale 20.18 sulla nuova pista di Lubbock inaugurata da meno di un mese. Si tratta della quarta prestazione di sempre dopo il record mondiale del namibiano Fredericks (19.92) e dell'accoppiata 20.10/20.11 firmata dagli sprinter USA Spearmon e Coleman, nonché primato nazionale.
Top-mark anche per il grenadino Bralon Taplin, sesto 400ista della storia e secondo non statunitense a scendere sotto il muro dei 45.00 al coperto. L'ex-campione NCAA outdoor e indoor ha stabilito a College Station la miglior prestazione mondiale 2018 in 44.88, a 0.08 dal record nazionale di Kirani James. Altri exploits del weekend: 0.15 di progresso sui 60 del velocista Brazil (6.55 in Louisiana), 6.54 del poco noto Kirk Wilson e 7.08 di Mikiah Brisco a Albuquerque. Alto: si rivede Eric Kynard, bronzo mondiale nell'alto a Portland, autore di 2,31 in Kansas.
WARHOLM TRAVOLGENTE - Fresco del record nazionale sui 400 piani in 45.88, il norvegese campione del mondo dei 400 hs Karsten Warholm è progredito ancora ai campionati nazionali di Rud chiudendo in 45.59, nona prestazione europea all-time e migliore under 23. Dal panorama continentale in evidenza anche l'altro norvegese Jakob Ingebrigtsen, autore di un doppio primato europeo under 20 (3:42.75 sui 1500 e 7:56.74 sui 3000), lo spagnolo Alvaro de Arriba che ha stabilito il primato europeo stagionale degli 800 metri in 1:45.43 a Salamanca (dodicesimo all-time) e l'intramontabile sprinter Rodriguez, 6.62 sui 60 a 38 anni. Altra velocità: a Mondeville il primo faccia a faccia tra transalpini è stato largamente vinto da Christophe Lemaître in 6.58 (6.57 in batteria), con Jimmy Vicaut appena terzo ma in aria di rivalsa già dopodomani a Parigi.
CHE SALTI IN RUSSIA - Nel Russian Winter di Mosca gran personale di Anzhelika Sidorova, salita a 4,86 nell'asta, imitata dal collega di specialità Morgunov (5,83). Il lungo premia l'ex-campione del mondo Menkov con 8,08, superato in bravura di 1 cm dal rumeno Staicu, atterrato a 8,09 a Bucarest nello stesso giorno. Tra gli altri risultati, 2,30 di Lysenko nell'alto, e primato nazionale indoor nel miglio di Nikitin in 3:56.44. Triplo donne: si alza la posta un po' ovunque, con il 14,44 della russa Prokopenko a Mosca, il 14,30 della bielorussa Vaskouvskaya a Gomel e il 14,22 della Romena Panturoiu ancora ai campionati nazionali di Bucarest.
Infine, mondiale stagionale nel pentathlon dell'austriaca Ivona Dadic (4.692 a Vienna) e gran debutto del pesista polacco Haratyk, autore di un 21,45 a Spala.
NON SOLO MUTAZ - Altro dai campionati asiatici indoor di Teheran, partiti col favoloso 2,38 del campione del mondo di salto in alto Mutaz Barshim: lo sprinter di casa Taftian ha vinto l'oro sui 60 in 6.51 (a un centesimo dal record asiatico, polverizzato 48 ore dopo dal cinese Su Bingtian a Karlsruhe), il cinese Shi Yuhao ha vinto il lungo con la miglior misura mondiale dell'anno di 8,16.
AL SOLE - Sulle pedane all'aperto esordio stagionale del campione del mondo di lancio del giavellotto Johannes Vetter (84,08 a Offenburg) e prime gittate interessanti dalle discobole: 66,02 dell'iridata 2009 Dani Stevens-Samuels a Sydney e 64,87 della cubana Perez a L'Avana. Sally Pearson conferma il buon momento in 12.69 controvento e 12.67 ventoso sui 100 hs a Brisbane. Per finire, altro missile del discobolo giamaicano Dacres a Kingston (66,90) e 21,06 del pesista brasiliano Romani a São Bernardo do Campo.
POCA STRADA - Dopo l'abbuffata di prestazioni straordinarie di Dubai, torna la calma: nella 42 km di Beppu-Oita successo in 2h09:31 del sudafricano Mokgobu (ottavo il vincitore uscente Kiplimo), 1h00:31 di Edward Waweru nella mezza maratona di Marugame (sempre in Giappone) con quarto posto del recordman mondiale Tadese (1h01:43). Sul fronte donne, 1h09:17 di Betsy Saina. Cross: titoli USA a Leonard Korir (confermatosi campione nazionale a Tallahassee davanti a Galen Rupp) e a Emily Infeld.

Mondo: Lysenko vince ai punti
A Mosca il giovane russo, argento mondiale dell'alto, sale a 2,36 e prevale in un meeting con classifica tabellare a punti su Mariya Lasitskene-Kuchina (1,99)
La prima edizione del Battle of the Sexes meeting di Mosca, una riunione in cui il vincitore è stato dichiarato secondo la prestazione tecnica realizzata con riferimento alla tabella ungherese, è stata vinta dal vicecampione del mondo di salto in alto Danyil Lysenko, salito nell'occasione al primo tentativo a 2,36 (personale indoor e ben 1233 punti). Il russo è stato sfortunato a 2,40, quota sfiorata almeno in una delle tre prove a disposizione. Nella classifica a punti, Lysenko ha avuto la meglio su Mariya Lasitskene-Kuchina, brava al primo assalto a 1,99 (poi tre errori a 2,02), ma accreditata di un punteggio inferiore (1209) a quello del collega di specialità. La Kuchina tuttavia era salita a 2,01 nel corso della settimana all'Ozolin e Dyachov Memorial di Mosca, sbagliando poi alla quota di 2,04. Nello stesso meeting, balzo in su dell'astista già campionessa europea Sidorova con 4,76.
EUROTOUR - Germania: a Potsdam il polacco oro europeo indoor di salto con l'asta Piotr Lisek è salito a 5,78, mentre a Dortmund Gina Luckenkemper ha esordito sui 60 in 7.11, eguagliando la miglior prestazione mondiale stagionale. Un altro oro degli Euroindoor, il ceco Petr Svoboda, ha iniziato alla grande correndo i 60hs in 7.51 a Jablonec, leader europeo stagionale e seconda prestazione al mondo dopo il 7.49 dello statunitense Grant Holloway ottenuta nel pomeriggio da record di Christian Coleman a Clemson. Prima uscita di Christophe Lemaitre a Lione, con doppia affermazione nella velocità in 6.62 e 21.00.
WORLD BEST - La distanza che lo scorso inverno fu oggetto di due rivisitazioni cronometriche, i 600 uomini, ha subìto un nuovo scossone con l'impresa del keniano Michael Saruni, un atleta diventato popolare lo scorso anno per la battaglia intrapresa contro l'esclusione dal team iridato nonostante il terzo posto sugli 800 ai Trials di Nairobi. Allenato come Emmanuel Korir dall'ex campione olimpico Paul Ereng, ha limato di altri dodici centesimi la miglior prestazione mondiale sulla distanza ad Albuquerque portando il nuovo limite a 1:14.79. I passaggi di Saruni, resi noti dallo stesso Ereng, sono i seguenti: 24.2, 49.9 (25.7), 1:14:79 (24.9). Altri progressi: il 17enne Brian Herron ha stabilito la miglior prestazione mondiale indoor under 20 dei 300 metri correndo in 32.64 a Lynchburg, precedendo anche Tyrese Cooper, l'ex-detentore del limite.
AMERICAN WAVE - Sempre ad Albuquerque, risveglio del lunghista Marquis Dendy con 8,13. Meglio il giamaicano Forbes (8,15 nell'Iowa davanti all'argento mondiale Lawson planato a 7,90). Nell'asta gran alzo di posta di Katie Nageotte, progredita a 4,76 a Pullman. Ventiquattr'ore dopo Jenn Suhr, olimpionica a Londra, ha esordito con 4,81 in Canada. Altro dagli ori di Olimpia 2012: Aries Merritt ha corso i 60hs in 7.54 a Iowa City, dove ha anche esordito sui 400 Fred Kerley in 46.25. Meglio il fratello My'Lik, 46.10 in Texas. Ancora concorsi: dopo un mediocre debutto nel lungo, la triplista Keturah Orji ha lasciato il segno con la miglior misura del 2018, 14,53 a Clemson.
Nello sprint, oscurato dall'impresa di fulmine-Coleman, ecco il 6.52 del poco noto Andre Ewers in Iowa e il 20.45 del sudafricano Titi (sempre a Clemson). Su pista oversized bel 20.49 sui 200 del nigeriano Divine Oduduru a Lubbock. Segnatevi il nome di Katelyn Tuohy, novella Mary Cain: a soli 15 anni (è nata nel marzo del 2002) ha corso i 5000 indoor in un incredibile 15:37.12 all'esordio sulla distanza.
MUMBAI MARATHON - Alla presenza del dirigente IAAF Sergey Bubka, la maratona indiana è stata vinta da due etiopi, Solomon Deksisa in 2h09:34 e Amane Gobena in 2h25:49, che ha preceduto la keniana vincitrice uscente Bornes Kitur (2h28:48). A Hong Kong vittoria del 44enne Kenneth Mungara in 2h13:39 e bis dell'etiope Gulume Tollesa in 2h29:37. Nel cross, bellissima gara tra talenti ugandesi nell'Italica di Siviglia: ha vinto l'argento mondiale dei 10.000 metri Joshua Cheptegei in volata sul campione del mondo under 20 Jacob Kiplimo, lasciando solo il terzo posto all'altro prodigio giovanile africano Selemon Barega, etiope. Triplo Kenya al femminile, con nell'ordine Agnes Tirop di dieci secondi su Lillian Kasait e dodici sull'oro mondiale dei 5000 metri Hellen Obiri.
AUSTRALIA - Continua l'ascesa dell'astista e finalista iridato Kurtis Marschall, che in pochi giorni è salito a 5,78 e poi a 5,80. Dopo il 10.10 appena ventoso di pochi giorni fa, il talento ora 20enne Jack Hale ha corso con vento legale i 100 metri in 10.23. Il risultato più interessante dal settore concorsi è arrivato però dalla vicina Nuova Zelanda grazie all'esordio del pesista campione del mondo in carica sia all'aperto che in sala, Tom Walsh, che sulla pedana di Christchurch ha subito lambito i 21 metri con un lancio di 20,99. Restiamo in ambito iridato: la campionessa del mondo di lancio del giavellotto Barbora Spotakova salterà la stagione e forse anche quella successiva per programmare il rientro, dopo la prossima seconda maternità, annunciata nei giorni scorsi, per i Giochi di Tokyo 2020.
DUBAI E OSAKA - In Oriente due grandi appuntamenti della settimana entrante: la 42 km di Dubai con il ritorno del primatista della corsa Tamirat Tola (2h04:11) e il duello tra le altre etiopi Aselefech Mergia (tre volte prima) e la campionessa del mondo 2015 Mare Dibaba. A Osaka maratona donne con Eunice Kiptoo e alcune ottime specialiste locali come Ando (2h21:36), Yoshida e la veterana Ozaki. Resa nota dall'amico Ken Nakamura anche la lista iscritti della Tokyo Marathon, in programma tra un mese: il nome di spicco è quello dell'ex-primatista del mondo Wilson Kipsang, vincitore l'anno scorso in 2h03:58 fallendo il tentativo di record mondiale a causa di una prima parte di gara scriteriata. Al via anche Feyisa Lilesa, Tsegaye Mekonnen, Dickson Chumba, Bernard Kipyego e la coppia semi-omonima Vincent e Amos Kipruto. Tra le donne, oltre all'esordio sulla distanza della pluridorata Meseret Defar, sono iscritte Ruti Aga (1h06:39 sulla mezza a Houston otto giorni fa), Purity Rionoripo, Helah Kiprop e le altre etiopi Shure Demise e Berhane Dibaba.

Faniel decimo alla mezza di Doha
Sui 21,097 chilometri nella capitale del Qatar, il 25enne veneto taglia il traguardo in 1h04:42
Decimo posto dell’azzurro Eyob Faniel alla mezza maratona di Doha. Nella capitale del Qatar, il 25enne del Venicemarathon Club ha chiuso con il tempo di 1h04:42, dopo aver condotto una gara sul proprio ritmo. Assente invece il fuoriclasse britannico Mo Farah, favorito principale della vigilia, che ha preferito non correre per un fastidio al tendine d’Achille. La vittoria è andata quindi al keniano Alex Kibet, primo sul traguardo in 1h01:53 nei confronti del connazionale Benard Korir con 1h02:07, per ripetere lo stesso ordine d’arrivo dell’anno scorso nella città del Golfo Persico. A completare il podio, il britannico Chris Thompson in 1h03:03.
Sulla distanza dei 21,097 chilometri il vicentino di origine eritrea ha un record personale di 1h03:09 firmato a Praga durante la passata stagione, proseguita con il successo nell’edizione inaugurale della Rome Half Marathon Via Pacis in 1h03:26 e alla maratona di Venezia dove è sceso a 2h12:16. Tra le donne, nella mezza maratona della Ooredoo Doha Marathon, con partenza e arrivo di fronte al Museo d’arte islamica, netta affermazione con il personal best di 1h10:40 per la trentenne statunitense Allie Kieffer, che si è rivelata all’ultima maratona di New York piazzandosi quinta in 2h29:39, davanti alla britannica Gemma Steel (1h12:37) e alla keniana Faith Chepkoech (1h12:44).

Mondo: Lysenko ad ali spiegate
L'argento iridato di salto in alto apre il nuovo anno con 2,35. Tutti i migliori risultati della prima settimana del 2018 nel panorama internazionale.
La stagione indoor prende quota, al netto di ogni metafora. L'ondata di risultati internazionali registra subito un picco con il 2,35 nel salto in alto realizzato a Ekaterinburg dal vicecampione del mondo Danyil Lysenko nel Memorial Yalamov, primo appuntamento di livello nel calendario invernale indoor russo. La prestazione di Lysenko, recordman europeo indoor under 20 con 2,31 nel 2016, è la seconda della carriera dopo lo straordinario 2,38 di Eberstadt nell'estate scorsa, il personale indoor e l'ovvia miglior prestazione stagionale. Il meeting russo ha fatto segnare anche il limite nazionale under 20 sui 600 metri di Yegor Filippov in 1:18.88.
BRITANNICI AL VIA - Sempre nell'alto maschile, sulla pedana casalinga di Birmingham, sede dei prossimi Mondiali al coperto, avvio positivo per il vicecampione iridato indoor Robbie Grabarz, salito al debutto stagionale a 2,30 a conforto del buon lavoro eseguito sui recenti cambiamenti apportati alla rincorsa. Anche la scozzese Laura Muir, protagonista agli Europei indoor di Belgrado con la doppietta d'oro su 1500 e 3000 metri, ha ben esordito a Glasgow correndo un 3000 misto donne-uomini in 8:37.21.
SPUTNIK IN ERBA - Nel resto delle riunioni europee è emerso il talento del norvegese Pål Haugen Lillefosse, classe 2001, salito a 5,46 nell'asta a Stoccolma, record nazionale under 20 e under 18 e terza prestazione all-time nella ex-categoria allievi.
Laura Muir
L'altro prodigioso talento della specialità, Armand Duplantis, aprirà la stagione nel prossimo weekend alla Pole Vault Convention di Reno, in Nevada, dove è previsto anche il debutto della vicecampionessa olimpica e mondiale, sia al coperto che all'aperto, Sandi Morris.
AMERICANI - Nessuno squillo nelle tante riunioni del calendario USA ma alcuni buoni risultati: nella velocità la piccola Aleia Hobbs, velocissima l'anno scorso in 10.85 ma poi deludente ai campionati universitari e ai Trials, ha corso i 60 in 7.24 e 7.27 a Baton Rouge. A Clemson primo "meno 6.60" dell'anno con Tevin Hester, 6.59 nell'Orange & Purple Invitational. Nell'alto 2,27 del 20enne Keenon Laine. Un'altra nuova leva, l'oro in staffetta e argento mondiale individuale under 20 Lynna Irby, ha corso i 300 metri in 36.73. Dalle altre pedane, 6,64 di Kate Hall nel lungo e 4,56 della Nageotte nell'asta, con debutto di basso profilo dell'ex-iridato Barber (battuto e solo a 5,35).
MARATONE, VIA! - Solo Etiopia nella 42 km cinese di Xiamen, con doppio podio a firma di Dejene Debela (2h11:22) su Tariku Bekele (2h11:29) e Ayele Abshero (2h11:33), e di Fatuma Sado in un discreto 2h26:41 su Hirut Alemayehu (2h30:09) e la vincitrice uscente Meseret Mengistu (2h30:15). La Sado a sua volta aveva già vinto la maratona di Xiamen. Meno interessanti del passato i risultati della 41esima edizione della maratona della Galilea a Tiberiade, vinta dall'israeliano ex-etiope Girmaw Amare in 2h15:30.
Shaquille Walker
Tra le mezze maratone del weekend, successi keniani a Adana (Turchia) per Felix Kibitok in 1h01:50 e Diana Chemtai in un ottimo 1h08:42.
CROSS, ECCO CHERUIYOT - Nel cross IAAF di Antrim, in Irlanda, alcuni specialisti di calibro sono stati battuti dal keniano argento mondiale dei 1500 metri Timothy Cheruiyot, che in una volata serrata ha avuto la meglio sull'etiope Tuemay e sul marocchino, anche lui argento iridato (dei 3000 siepi) El Bakkali. Nel cross donne successo di Margaret Chelimo sull'etiope Fotyen Tesfay. Il momento dell'Uganda arriva con la vittoria del quotato Timothy Toroitich nel cross iberico di Amorebieta, dove la spagnola ex-etiope Trihas Gebre ha fatto centro nella gara donne.
OUTDOOR, WALKER LASCIA - Giunge a sorpresa la notizia del ritiro dall'attività, a soli 24 anni, dell'ottocentista statunitense Shaquille Walker, oro alle Universiadi 2015 e con personal best di 1:44.99. La sua ultima gara è stata la semifinale dei Trials di Sacramento della scorsa estate, dove mancò l'accesso in finale per guadagnarsi la selezione iridata. Walker è laureato in odontoiatria, e si dedicherà specificatamente alla professione. Tra i risultati outdoor segnaliamo l'ottimo 83,63 del giavellottista australiano Hamish Peacock e la buona vena dei due giovani astisti Kurtis Marschall (5,70) e Angus Armstrong (5,52).
DOHA CON MO FARAH - Il campione del mondo dei 10000 metri, lasciate le piste, esordisce nel 2018 con la mezza maratona di Doha di venerdì prossimo, un test molto importante in vista della sua seconda maratona di Londra. Due giorni dopo a Houston sarà la volta della vincitrice della maratona di New York Shalane Flanagan, dove si incroceranno le migliori maratonete USA, come Jordan Hasay, Desiree Linden-Davila e la primatista nazionale dei 10000 Molly Huddle. Favorita, la keniana Edith Chelimo assieme a Eunice Chumba. Tra gli uomini al via il vincitore della London Marathon Daniel Wanjiru, Feyisa Lelisa e Guye Adola, splendido combattente e miglior debuttante di sempre in 2h03:46 nella maratona di Berlino, contro Eliud Kipchoge.

Europei di cross: Crippa è di bronzo negli Under 23. "Sono deluso"
A Samorin, in Slovacchia, Yeman puntava all'oro, ma il trentino si è arreso ai francesi Gressier e Hay. Argento a squadre per le ragazze Under 20
Mai dare nulla per scontato. Regola generale che vale per ogni occasione delle vita, anche nello sport. E soprattutto nell’atletica, specialmente quella che si disputa sui prati in inverno. Già, perché chi si aspettava un successo di Yeman Crippa, giovane virgulto italiano di origini etiopi ma cresciuto nell'italianissimo Trentino, potrebbe esserne uscito deluso dopo la disputa dei 24mi Europei di cross. Il ragazzo, già tre volte sul podio negli anni precedenti e campione europeo under 23 sui 5.000 a Bidgoszcz (Polonia), alla vigilia aveva affermato di essere venuto in Slovacchia per salire sul gradino più alto del podio nella prova riservata agli under 23.
"DELUSIONE" — "Mi sono preparato espressamente per questa gara – le sue parole – sto bene e penso di essere in grado di vincere". La realtà, però, ci racconta tutta un’altra storia. Alla fine è sì salito sul podio, ma su quello più basso. Sulla sua strada ha trovato qualcuno per ora più forte e in grado di reggere ritmi ancora preclusi a Yeman. Davanti al primatista italiano indoor dei 5.000 metri (13'23"99) sono finiti due transalpini: Jimmy Gressier e Hugo Hay. Deluso? Certamente sì, anche se l’analisi effettuata a fine gara è stata estremamente lucida e serena. "Sapevo di dover attaccare verso i 5.000 metri e così ho fatto. Quando ho superato lo spagnolo Mayo, che credevo l’avversario più temibile, ho pensato di avercela fatta. Invece… alla fine non ho retto sino in fondo. Probabilmente dovevo aspettare ancora un poco". Nelle fasi iniziali della gara Yeman è pure stato coinvolto in un paio di cadute. "Ma non hanno minimamente influenzato l’esito finale" ha ammesso più che sincero. Alla fine anche parole per i compagni di squadra: "Ci abbiamo messo tutti il cuore, ma non sempre le cose vanno per il meglio".
AZZURRINI — La squadra azzurra è uscita da questi Europei con un bottino meno ricco di quanto ci si aspettava. L’altra medaglia è arrivata per merito del buon comportamento delle più giovani, le ragazze junior (under 20). Grazie alla figlia d’arte Nadia Battoccletti (quinta), a Francesca Tommasi (sesta) e a Elisa Cherubini (22ª) le azzurrine si sono messe al collo l’argento a squadre, precedute solo dalle britanniche. Alle loro spalle spagnole e francesi. Il resto? Ordinaria amministrazione, nulla di più. L’eccellenza mondiale è sempre lontana. Nelle due prove maggiori successi di due atleti turchi, naturalmente di pelle scura e naturalizzati… Fra gli uomini si è imposto Ozbilen Kaan Kigen (alias Michael Kipruto Kigen), maratoneta da 2h06'10, mentre fra le donne oro a Yasemin Kan che ha così bissato il successo dello scorso anno a Chia.




In 2000 ad Amatrice: tutti alla “Corsa della Rinascita”
La Amatrice-Configno era alla sua 40esima edizione, la più delicata dopo il terremoto di un anno fa
Oltre 2000 podisti hanno partecipato domenica pomeriggio alla 40° esima edizione della Amatrice- Configno, la classica gara di corsa su strada di km 8,500 ribattezzata quest’anno “Corsa della Rinascita” a significare un ritorno alla vita dopo il terribile terremoto del 24 agosto 2016.
TRE MOMENTI – L’avvenimento è stato vissuto in tre particolari momenti. Sabato sera una premiazione che ha visto coinvolti fra gli altri i campioni olimpici Stefano Baldini, Gelindo Bordin, Gabriella Dorio ed Ezequiel Kemboi, oltre agli ex olimpionici della maratona, oggi apprezzati giornalisti come Marco Marchei e Franco Fava. Il secondo significativo omaggio ad Amatrice è avvenuto domenica mattina quando Gelindo Bordin e Gabriella Dorio, insieme a Bruno D’Alessio storico organizzatore della Amatrice- Configno ed a Luigi Salvi dell’ Associazione Configno hanno deposto una corona di fiori bianchi e rossi all’interno della Zona Rossa, tutt’ora inaccessibile, davanti alla Torre Civica. Uno dei luoghi di Amatrice più colpiti dal terremoto di un anno fa. Poi la gara, con la presenza record di oltre 2000 partecipanti.
FESTIVAL AFRICANO – A livello individuale la “Corsa della Rinascita” è stata un autentico festival africano con 10 atleti nei primi dieci posti nella gara maschile ed i primi due in quella femminile in un contesto piuttosto modesto come partecipazione. Fra gli uomini si è imposto, facendo il bis con il successo del 2016, il keniano Alberto Chemutai in 24.55 davanti al connazionale Sammy Kipngetich (25.01) ed all’ugandese Victor Kiplangath (25.05), recente campione mondiale di corsa in montagna a Premana. Fra le donne la keniana Vivian Jerop Kemboi ha dominato le avversarie chiudendo in 29.45 davanti all’ugandese Ada Munguleya (31.05) ed alla marchigiana Alessia Pistilli (32.22).
AZZURRI GRANDI ASSENTI – L’unica nota dolente è stata l’assenza quasi totale dei migliori fondisti azzurri, se si esclude la coppia degli italo- marocchini dell’ Esercito composta da Marouane Razine (11°) e Said El Otmani (12°), che almeno hanno fatto atto di presenza anche se sono finiti ad oltre 90 secondi dal vincitore. Nessuna azzurra invece al via nella prova femminile. Una bella occasione persa in blocco per un importante atto di solidarietà in un momento tra l’altro non certo esaltante per l’atletica italiana uscita con le ossa rotte dai mondiali di Londra.
IL TRIBUTO DEGLI AMATORI – Una grande prova di solidarietà invece l’hanno offerta i 2000 amatori, cifra record, che hanno preso il via da Amatrice e si sono arrampicati sino ai 1100 metri di Configno. Tutti riconvocati per l’edizione del 2018. Sperando che per quella data le macerie siano sparite del tutto e che la ricostruzione della cittadina sabina abbia segnato passi importanti.

Diamond League a Birmingham, Barshim vola: 2.40
Il qatariota decolla al primato mondiale stagionale dell'alto. Tamberi si ferma a 2.20. Emozionante saluto di Mo Farah nell'ultima in pista sul suolo britannico, riscatto della giamaicana Thompson nei 100 (10"91)
Il 2.40 di Mutaz Essa Barshim è il colpo a sensazione della tappa di Diamond League di Birmingham, la prima dopo i Mondiali di Londra e l'ultima prima delle finali di Zurigo e Bruxelles. Per molti, il meeting britannico era il redde rationem post-Mondiale, per il fenomenale qatariota campione del mondo dell'alto è stata invece la rampa di lancio verso il miglior salto dell'anno, due centimetri in più rispetto al 2.38 che già gli apparteneva. Nella gara che ha visto Gianmarco Tamberi uscire di scena con tre errori a 2.24, Barshim ha invece danzato sull'asticella, non senza qualche brivido sul suo percorso (due errori a 2.31, due errori a 2.39), ma con un balzo straordinario nel suo unico tentativo a 2.40, sorretto da una tecnica fenomenale e da una condizione atletica da urlo. Il campione del mondo ha poi scelto di non tentare poi l'assalto al record del mondo, distante "soltanto" cinque centimetri e di rimandare l'appuntamento con la soglia storica di Sotomayor, peraltro già avvicinata tre stagioni fa con il 2.43 che lo ha reso il secondo saltatore della storia. Da segnalare anche un'altra prova di qualità del bronzo mondiale, il siriano Ghazal, oggi secondo in 2.31. Nella prima uscita dopo la delusione mondiale, Gianmarco Tamberi si è fermato invece a 2.20, con tre tentativi non riusciti alla misura successiva di 2.24. Gimbo, escluso a Londra in qualificazione con un 2.29 che fatto in finale sarebbe valso il bronzo, a Birmingham non ha trovato le stesse sensazioni e dopo un misura d’ingresso a 2.15 senza intoppi, ha dovuto ricorrere al secondo tentativo per domare 2.20 e poi ha lasciato la gara alla misura che è stata fatale anche ad altri big come Grabarz, Thomas e Bednarek.
ULTIMO FARAH — Prima in Bentley, poi su quei piedi magici che gli hanno consegnato quattro ori olimpici e sei mondiali. L'ultimo Mo Farah in pista sul suolo britannico (e a Zurigo chiuderà per sempre con le prove dentro lo stadio) è iniziato con il giro d'onore del campionissimo ed è proseguito con la sua cavalcata nei 3000. Buono il crono (7'38"64) ma ad impressionare è stato soprattutto il boato del suo pubblico che lo incitava nel rettilineo finale. L'esultanza di Farah è stata emozionante, quasi questa vittoria gli servisse per togliersi di dosso il passo falso nei 5000 di Londra (argento). "Gli ultimi dieci anni sono stati incredibili", il saluto ai suoi tifosi.
RISCATTO THOMPSON — Elaine, questa devi spiegarcela. A Birmingham, la Thompson si è presa una parziale rivincita sui 100 dopo il dramma sportivo dei Mondiali (quinta). La giamaicana campionessa olimpica ha ripreso la sua striscia di vittorie, interrotta soltanto dal capitombolo di Londra, con un 10"91 contro vento (-1.2) davanti all'ivoriana due volte medaglie a Londra, Maria Josee Ta Lou (10"97). Più indietro l'oro mondiale dei 200 Dafne Schippers, solo sesta con 11"22. Nella velocità al maschile si è confermato Ramil Guliyev, il cagnaccio turco-azero, sorpresissima dei Mondiali: 20"17 sui 200 per lasciarsi alle spalle l'americano Webb (20"26) e il canadese Brown (20"30). I 100 erano invece una questione tutta british e hanno perso per falsa partenza uno dei grandi protagonisti, Adam Gemili. Successo all'altro frazionista d'oro della 4x100 Chijindu Ujah (10"08, -0.2).
DOPO LONDRA — Tra le campionesse mondiali è stata sconfitta la regina dei 5000 Hellen Obiri, sorpresa nei 3000 dall’olandese Sifan Hassan con il primato del meeting (e record d’Olanda) di 8’28”90, e superata nel finale anche dalla promettente tedesca Konstanze Klosterhalfen, 20 anni, primato nazionale in 8’29”89, e dalla keniana Chelimo Kipkemboi. La giovane rivelazione del Bahrain Salwa Eid Naser (50"59) si è concessa il lusso di battere di nuovo Allyson Felix (50"63) sui 400. Tra i delusi di Londra, è riemerso il botswano Nijel Amos, primo negli 800 in 1'44"50, quanto basta per arginare la tipica rimonta del polacco Adam Kzcszot, l'uomo dei finali impossibili (1'45"28). Senza problemi nell'asta Ekaterini Stefanidi (4.75) e nel disco Sandra Perkovic (67.51), battuta invece la venezuelana Yulimar Rojas nel triplo per mano della colombiana argento mondiale Caterine Ibarguen (14.51). Serrato il duello nei 110hs tra Aries Merritt e Sergey Shubenkov, risolto soltanto sull'ultimo ostacolo dal primatista del mondo americano (13"29), più deciso negli appoggi finali rispetto al russo-neutrale (13"31).


Semenya, oro e polemiche. Bolt, addio con giro d'onore
Usain saluta: "Anche Ali perse l'ultima battaglia". La sudafricana domina gli 800, il qatariota si impone in una finale che garantiva il bronzo con 2.29, stessa misura che in qualificazione ha escluso Tamberi. Staffetta Usa 4x400 maschile beffata da Trinidad, sedicesima medaglia mondiale per Allyson Felix: meglio di chiunque altro
Stavolta niente podio “intersex”, come successe invece ai Giochi di Rio. Ma non c’è avversaria che possa fermare Caster Semenya. Né l’altra iperandrogina Francine Niyonsaba, pur seconda e al comando fino all’imbocco del rettilineo conclusivo (1’55”92). Né l’americana Ajee Wilson, bronzo (1’56”65), l’unica tra le prime quattro al di fuori dalle polemiche di un 800 che a molti fa storcere il naso al solo definirlo “femminile”. L’altra intersex, Margaret Wambui ha chiuso quarta nella serata in cui la Semenya, 26 anni, di nuovo oro mondiale dopo Berlino 2009, si è espressa ai massimi livelli della propria carriera, con un pauroso record africano di 1’55”16 che l'ha proiettata all’ottavo posto nel ranking di sempre delle ottocentiste. Un risultato sensazione, nella notte del (triste) giro d'onore ai Mondiali di Londra che ha segnato l'addio di Usain Bolt dopo il crampo e il crollo di ieri sera in staffetta, desolante uscita di scena del Lampo: "Anche Muhammad Ali ha perso la sua ultima battaglia...".
CHE CASTER — Così forte, su questo pianeta, non si correva da nove anni negli 800. E resta l’impressione che Caster valga ancora di più e che si limiti, come volesse risparmiarsi per non alimentare a dismisura le polemiche. Inevitabili. Tornò a volare quando il Tas di Losanna sospese il provvedimento con cui la Iaaf le aveva imposto una cura ormonale per limitare i livelli di testosterone, che di fatto aveva azzerato le sue prestazioni in pista. La federazione mondiale nell’appello a questa decisione allegherà anche lo studio pubblicato sul British Journal of Sports Medicine che dimostrerebbe vantaggi fino al 4.5% per le androgine. Non finisce qui. Intanto Caster, giustamente, se la gode. E alla Rai ha rivelato il suo segreto: "Mi alleno come un cavallo..."
BARSHIM DOMINA — La medaglia alla Siria e la gioia inarrestabile di Majd Eddin Ghazal tratteggia una delle immagini più commoventi della serata, in una stramba finale del salto in alto, livellata verso il basso, paradossale per quanto abbia deluso rispetto alle qualificazioni show. Con il salto da 2.29, Gianmarco Tamberi è stato escluso dalla finale di stasera. Con lo stesso 2.29, Ghazal è salito sul podio, per un bronzo storico e simbolico per la terra dilaniata da una guerra civile infinita. Soltanto Mutaz Essa Barshim, e si sapeva, ha mantenuto fede alle premesse: il fuscello del Qatar con 2.35 è piombato su quell'oro globale (Giochi o Mondiali, tranne indoor) che gli era sempre mancato. Poi tre errori a 2.40. Gli altri? Danil Lysenko 2.32 d'argento, il già citato Ghazal bronzo con 2.29, eguagliato ma con più errori dal messicano Rivera e dal tedesco Przybylko. Con 2.25 si arrivava sesti (i vari Grabarz e Bondarenko). E a pensare quanto avrebbe potuto esaltarsi Gimbo in finale, resta soltanto amarezza. E qualche rimpianto.
MANANGOI E FRATELLI... — È un anno da ricordare per la famiglia Manangoi. Il piccolino di casa (George) aveva stupito un mese fa ai Mondiali Allievi di Nairobi: oro mondiale nei 1500. Il fratellone poteva mai essere da meno? A Londra, il 24enne Elijah Manangoi (3'33"61) lo ha emulato nel regno dei grandi, sempre nei 1500, battendo in volata Timothy Cheruiyot nel derby keniano (3'33"99), mentre il tre volte campione - consecutivo - Asbel Kiprop scivolava indietro, vittima di scarsa lucidità nel finale. E a proposito di atleti che hanno preso esempio dai fratelli minori, anche il norvegese Filip Ingebrigtsen (3'34"53) dopo aver festeggiato i due ori del piccolo Jakob agli Europei Under 20 di Grosseto, ha gioito per il bronzo mondiale.
AYANA SENZA BIS — Una volta sì, due no. Basta un oro, due sono troppi (tranne nelle staffette). È una legge non scritta di questo Mondiale, rispettata da tutti, che piaccia o no. Come accaduto a Mo Farah, dopo il successo nei 10.000 anche Almaz Ayana ha ceduto il passo nella distanza più breve, i 5000. E se ieri era l’Etiopia a giovarne, stasera hanno esultato i cugini del Kenya. Testa a testa nei 5000, prevedibile, tra la Ayana e Hellen Obiri, già argento ai Giochi di Rio. Rimaste al comando in due con un vantaggio consolidato già prima di metà gara, la keniana ha aspettato il momento giusto per attaccare: i trecento metri dalla fine. È lì che ha cambiato ritmo e lasciato sul posto la Ayana, per volare verso il suo primo titolo mondiale in 14’34”86. Etiope d’argento in 14’40”35 e podio completato dall’olandese (ma di origine etiope) Sifan Hassan in 14’42”73.
DISCO CROATO — Perkovic, ovviamente. La croata che in stagione aveva scagliato il disco lontano come nessuna negli ultimi 25 anni, ha incassato il suo secondo titolo mondiale con due lanci oltre la barriera dei settanta metri: 70.31 il migliore per DiscusQueen. L'australiana Dani Stevens con 69.64 ha migliorato il record dell'Oceania (argento) e la francese Melina Robert Michon (bronzo, 66.21) ha messo in riga le cubane Perez e Caballero.
Il saluto di Usain Bolt, giro d'onore dopo l'infortunio di ieri. Afp
Il saluto di Usain Bolt, giro d'onore dopo l'infortunio di ieri. Afp
FINALE A SORPRESA — Un'altra sorpresona nel finale: ma d'altronde come poteva terminare un Mondiale così aperto, mai scontato, imbevuto di colpi di scena, alcuni onestamente impensabili. La staffetta 4x400 degli Stati Uniti si è fatta beffare da Trinidad&Tobago (2'58"12): il guizzo di Lalonde Gordon ha scalzato l'americano Fred Kerley (2'58"61) che già pregustava l'undicesimo oro della spedizione degli States. Bronzo alla Gran Bretagna che con le staffette ha fatto benissimo (2'59"00). Gli Usa si sono quindi "fermati" a 10, comunque inamovibili in vetta al medagliere (cinque ori Kenya, tre Sudafrica e Francia). Prima della beffa maschile, Allyson Felix aveva allungato in testa al medagliere all-time con la sua sedicesima medaglia mondiale, la terza in questa edizione: oro alle donne della 4x400 Usa in 3'19"02, argento Gran Bretagna (3'25"00), blitz Polonia per il bronzo (3'25"41). Il Mondiale delle sorprese si è chiuso con il giro d'onore di Usain Bolt, visibilmente spento, senza la verve che lo ha sempre caratterizzato e reso unico. Il presidente della Iaaf Sebastian Coe e il sindaco di Londra Sadiq Kahn lo hanno premiato con un frammento della corsia numero 7, quella su cui corse (e stravinse) i Giochi 2012 a Londra nei 100. Emozioni e un po' di malinconia: il calore del pubblico, il giro d'onore finale, l'abbraccio di mamma Jennifer e papà Wellesley, l'ultimo gesto di esultanza - il suo, quello solito, inconfondibile - diventato icona globale. È l'addio, sostiene lui. Lo sarà davvero?

Mondiali: Farah a pezzi nei 5000, sconfitto all'ultima gara

Il più triste degli addii. L'epilogo più clamoroso. Nell'ultima gara della sua carriera, Usain Bolt si è preso come sempre la ribalta, ma non per la 20ª medaglia d'oro con cui sperava di chiudere la sua memorabile avventura in pista. Il 31enne giamaicano si è infortunato al retrocoscia sinistro mentre correva l'ultima frazione della finale della 4x100. Ha iniziato a zoppicare mentre era già nel pieno della velocità ed è stato costretto a interrompere l'azione. Si è accasciato ed è stato soccorso. In pista è stata fatta entrare anche una sedia a rotelle per accompagnarlo fuori senza ulteriori sforzi, ma Bolt si è rialzato e scortato dai compagni McLeod, Blake e Forte è riuscito a raggiungere il bordo pista sulle sue gambe. Sconsolato, distrutto. È la notte più buia. "Non ci ha detto esattamente cosa sia accaduto ma da quello che abbiamo visto potrebbe aver avuto uno stiramento o un crampo", ha detto il compagno di staffetta Julian Forte. "Si è scusato con noi, ma gli abbiamo detto che non c'è nulla di cui scusarsi, gli infortuni fanno parte dello sport", ha raccontato l'altro frazionista giamaicano Omar McLeod, iridato dei 110 ostacoli.
ORO GRAN BRETAGNA — Nel frattempo l'oro con la miglior prestazione mondiale stagionale andava alla Gran Bretagna (37"47), l'argento agli Stati Uniti (37"52), il bronzo al Giappone (38"04). Per Bolt, è un'altra serata shock dopo quella di domenica scorsa, con la sconfitta patita dagli americani Gatlin e Coleman nella finale dei 100 (solo bronzo). Sognava una notte diversa per salutare il mondo dell'atletica, dopo aver vinto 8 ori olimpici e 11 mondiali.
GLI INFORTUNI — Di infortuni così gravi in pista non se ne ricordano per Usain Bolt. Di acciacchi sì, sempre maggiori col passare degli anni. Nel 2010, quando era stato già padrone di un'edizione dei Giochi e una dei Mondiali, il giamaicano alzò bandiera bianca per colpa di un'infiammazione alla parte inferiore della schiena avvertita dopo il meeting di Stoccolma. Tra i più seri infortuni della sua carriera c'è quello a un piede nel 2014 - di nuovo in un anno senza Mondiali e Giochi - che lo fermò per alcuni mesi e gli fece saltare anche il Golden Gala di Roma, condizionando gran parte della stagione. Nel 2016, a maggio, Usain Bolt avvertì un fastidio dopo la vittoria nei 100 al meeting delle Isole Cayman (10”05). Un leggero dolore a una coscia, che ha richiesto gli accertamenti del suo ortopedico di fiducia, il dottor Hans Wilhelm Muller Wohlfahrt a Monaco di Baviera (consultato anche quest’anno dopo il 10”06 di Ostrava). Pochi mesi dopo, a Rio 2016, avrebbe dominato come sua abitudine i Giochi con tre ori, entrando nella leggenda. Dove resterà per sempre. Anche se stasera, per la prima volta, abbiamo visto cadere l’unico uomo che sapeva volare.
Non solo Bolt: il re del mezzofondo argento nell’ultima uscita in carriera prima del passaggio alla maratona. Pearson risorge sugli ostacoli, Mayer superman del decathlon, Vetter nel giavellotto ma senza i 90 metri
Cristallizzate questi istanti, memorizzate questa nottata d'agosto, ficcatevela in testa. Congelatela, perché è l'ultima volta che l'abbiamo visto correre. E la prima in cui l'abbiamo visto realmente cadere. Usain Bolt ha lasciato l'atletica con un flop clamoroso ai Mondiali di Londra. Ma non solo: anche l’altra stella più brillante del firmamento mondiale di Londra è caduta nella sua ultimissima gara in pista (si sposterà sulla maratona). Prima del crac del giamaicano, un altro psicodramma sportivo allo stadio olimpico per il k.o. di Mohamed Farah, in frantumi dopo dieci medaglie d’oro consecutive tra 5000 e 10.000 a Giochi e Mondiali, ingabbiato dal gioco di squadra degli etiopi. Trionfo di uno di loro: Muktar Edris è il nuovo imperatore dei 5000 (13’32”79) e ha relegato all'argento il golden boy britannico (13’33”22), che ha fallito la quinta doppietta consecutiva nel mezzofondo prolungato negli eventi globali. Bronzo all’americano ex keniano Paul Chelimo (13’33”30). La gara si è infiammata negli ultimi 400 metri. Fino a lì, la tattica era stata diversa rispetto all’assalto alla diligenza dei 10.000, quando tutti gli avversari avevano provato a stenderlo fin dal primo metro. Qui invece, soltanto alla campanella dell’ultimo giro i tre etiopi Edris, Kejelcha e Barega hanno murato “sir” Farah che ha faticato a uscire dal trappolone, è rimasto invischiato nel traffico, cinturato anche dall’americano Chelimo. Difficile non pensare a una strategia studiata a tavolino, almeno quella degli etiopi. Negli ultimi cento metri, Farah si è sacrificato fino all’ultimo goccia d’energia e d’orgoglio per evitare l’imponderabile, di fronte al suo pubblico, incredulo. Tentativo vano. È caduto anche lui. A pezzi. Londra l’ammazzagrandi non perdona.
LASITSKENE IMPRENDIBILE — Un fenicottero è volato su Londra. Un unico brivido, per Mariya Kuchina-Lasitskene a 1.99. Ma è giusto un fremito, poco più. Respinta da una quota per lei familiare, al secondo tentativo la russa-neutrale ha scelto di passare la misura e salire a 2.01 per ricacciare le ambizioni della miss ucraina Yuliia Levchenko, invece impeccabile a 1.99. Con il decollo a 2.01 la Lasitskene ha ritrovato il feeling con l'oro che non è mai stato in discussione per tutta la stagione. A sorpresa, la Levchenko si è arrampicata a sua volta a 2.01, primato personale e prima volta sopra la soglia magica dei due metri per questa neanche ventenne saltatrice campionessa europea under 23 a Bydgoszcz nemmeno un mese fa. A quel punto, lei poco altro poteva, mentre la Lasitskene che quest'anno aveva esplorato anche 2.06 era pronta a proseguire la sua scalata verso il cielo. E con la planata a 2.03 ha messo il punto esclamativo sull'oro. Record del mondo? Ci ha già provato spesso, è solo rinviato perché anche stasera ha sbagliato tre volte un centimetro più giù (2.08) della Kostadinova di trent'anni fa. Per il bronzo, è bastato alla polacca Kamila Licwinko l'1.99 realizzato al primo tentativo. Lasitskene, che da piccolina le prendeva regolarmente da Alessia Trost ai mondiali allievi e juniores quando non aveva ancora sposato il marito cronista di Eurosport e si chiamava ancora Kuchina, si è riscattata dopo la punizione capitale alla Russia che le ha negato i Giochi e ha fatto suonare (suo malgrado) l'inno della Iaaf per la prima volta dopo un oro Mondiale.
PEARSON REGINA — È uno spettacolo Sally Pearson. Una prova da schiacciasassi nello stadio che la incoronò regina dei Giochi 2012. Dopo quel giorno, all’australiana ne capitarono di tutti i colori: drammatica la caduta dell’Olimpico di Roma al Golden Gala del 2015 che le frantumò un polso (“È esploso”, diagnosticarono i medici). Stasera Londra ha riconsegnato una campionessa globale nei 100 hs, capace di opporsi all’armata degli Stati Uniti (quattro in finale) con una tecnica pregevole di passaggio degli ostacoli. Medaglia d’oro con 12”59, meglio dell’americana Dawn Harper Nelson (12”63) e della sorprendente tedesca Pamela Dutkiewicz (12”72) che ha tolto il posto sul podio alla primatista del mondo Kendra Harrison (12”74, quarta). È la vittoria di chi ha continuato a crederci: per risorgere ha scelto di allenarsi da sola con il supporto fondamentale del marito Kieran che la filma con lo smartphone. Un ritorno che - raccontò lei - è stato ispirato dal un docufilm intitolato The will to fly sulla vita della connazionale sciatrice freestyle Lydia Lassila.
EUROPA PADRONA — Sì, quest'Europa ha davvero sparigliato Londra. È un monopolio del vecchio continente il podio del decathlon, il primo del post-Eaton. Il favorito Kevin Mayer, argento olimpico di Rio, non ha tradito: aveva completato in testa la prima giornata e ha terminato le faticacce stasera totalizzando 8768 punti, pur senza successi in alcuna delle dieci prove, ma con una costanza che a molti altri è mancata. A partire dall'argento Rico Freimuth (8564) che pure è stato il migliore nel disco ma ha pagato il 4.80 nell'asta. Di bronzo un altro tedesco, Kai Kazmirek, che nella seconda giornata ha vissuto di rendita dopo la scorpacciata di punti nell'alto e nei 400 di ieri. Germania d'oro anche nel giavellotto, senza le misure spaziali che le qualificazioni (e l'intera stagione) avevano lasciato ipotizzare. Dal quarto posto di Rio al titolo mondiale ci passano gli 89.89 lanciati da Johannes Vetter. La sorpresona è lo scivolone dell'altro tedesco Thomas Rohler, uno da 93.90 in stagione (e un cameraman quasi infilzato), soltanto quarto (88.26), per la felicità della Repubblica Ceca che ha portato a medaglia Jakub Vadlejch (89.73) e Petr Frydrych (88.32)

Mondiale: turbo Schippers nei 200, Lingua 10° nel martello
L’olandese si conferma campionessa del mondo con 22”05. Il piemontese, 39 anni, chiude a testa alta in finale: 75.13. L’americana Reese conquista il quarto titolo, sorpresona nelle siepi femminili con l’inedita doppietta Usa
Ha un blog di cucina che aggiorna ogni giorno, ha scritto anche un libro di ricette: “Dafne Likes”. E in pista a Londra si è confermata la più forte sui 200 metri. L’olandese Dafne Schippers è ancora la campionessa mondiale dopo Pechino 2015.
Per la prima volta la vecchia Europa mette il cappello nella stessa edizione sui 200 al maschile (Guliyev) e al femminile, con la giunonica sprinter di Utrecht sfrecciata in 22”05 (+ 0.8 il vento) davanti all’ivoriana Maria Josee Ta Lou (22”08, record nazionale) e la bahamense Shaunae Miller-Uibo (22”15). Un po’ come al maschile, anche tra le donne gli Stati Uniti sono rimasti fuori dal podio (per non parlare della Giamaica che non era neanche in finale), certificando che siamo all’annozero della velocità. Usain Bolt si è portato via tutto. Si riparte da qui. Quarta la britannica Dina Asher-Smith (22”22), quinta e sesta le americane Deajah Stevens (22”44) e Kimberlyn Duncan (22”59). La Schippers, 25 anni, primatista europea e terza donna della storia sui 200 dopo il 21”63 di due anni fa a Pechino, ha arricchito un palmares già eclatante, inaugurato da piccolissima con l’oro ai Mondiali juniores di Moncton quando era un fenomeno dell’eptathlon.
BRAVO LINGUA — Perlomeno ci ha provato: buona parte degli azzurri non l’ha neanche fatto. Poco o nulla si può rimproverare stasera a Marco Lingua, 39 anni, uno dei rari finalisti della spedizione italiana ai Mondiali di Londra. Nel deserto di risultati della nostra atletica (attenzione: non è che ci si aspettasse molto di più), il 10° posto del piemontese nel martello è comunque da accogliere con tiepida soddisfazione. Primo lancio a 69.64, secondo tentativo (il migliore) a 75.13, poi il nullo finale. Per entrare tra i primi otto e avanzare ai tre turni di finale, al nove volte campione italiano sarebbe servito far meglio di 75.87. “Son contento lo stesso, sono il decimo al mondo - ha dichiarato Lingua -. Considerando che mi alleno tra un turno di lavoro e l’altro, e che questo è il mio hobby, è andata benissimo”. Oro (scontato) al polacco Pawel Fajdek (79.81), e speriamo che stanotte non ceda la medaglia d’oro a un taxista dopo la serata di festa per pagarsi il ritorno a casa, come accadde a Pechino due anni fa. Argento al neutrale Valeriy Pronkin (78.16), bronzo all’altro polacco Wojciech Nowicki (78.03).
SIEPI AMERICANE! — Ogni sera si aggiungono argomentazioni a supporto della tesi che sia il Mondiale delle sorprese. Ma la doppietta Usa+Usa nei 3000 siepi donne, nemmeno la Bibbia americana Track and Field News l’aveva osata predire nei classici pronostici pre-campionati. Sono rimaste in quattro ai trecento metri finali, quando la primatista del mondo Ruth Jebet ha perso contatto dopo aver condotto l’andatura. Un gruppo composto da due americane (il bronzo olimpico Emma Coburn e Courtney Frerichs) e dalle keniane Jepkemoi e Chepkoech (quest’ultima, alla fine quarta, aveva sbagliato strada, proseguendo in pista senza virare verso la riviera...). Africane vincenti? Macché. Dall’ultima salto in acqua sono uscite di slancio le gazzelle Usa e la Coburn ha siglato il record dei campionati con 9’02”58: non soltanto primo titolo, ma prima medaglia mondiale di sempre degli Stati Uniti in una specialità che al femminile è comunque relativamente giovane (introdotta a Helsinki 2005). Per ritrovare gli States d’oro nelle siepi bisogna tornare a Horace Ashenfelter ai Giochi di Helsinki 1952.
4 VOLTE REESE — Le tre medaglie in appena sei centimetri. La quarta (Ivana Spanovic) fuori dal podio per un centimetro. La finale del lungo è stata incerta fino all’ultimo salto: l’ha conquistata, ed è il quarto oro mondiale, l’americana Brittney Reese (7.02, +0.1) tornata sul trono dopo i trionfi di Berlino, Daegu e Mosca. Con tanto di dedica al nonno scomparso. Per l’argento, la dea russa (ora neutrale) Darya Klishina si è proiettata fino a 7 metri (-0.3), tre centimetri in più della campionessa olimpica Tianna Bartoletta (6.97, -0.2). Dopo due bronzi è rimasta fuori dal podio la serba campionessa europea indoor Ivana Spanovic, sfortunata col suo 6.96 (+0.1) battuto solo all’ultimo tentativo dall’americana di bronzo. Festa Klishina: la sexy saltatrice si gode la prima medaglia globale della sua carriera a livelli assoluti dopo che da ragazzina si era rivelata ai Mondiali allievi di Ostrava con l’oro di dieci anni fa.
SEMENYA FACILE — Il solo ipotizzare che qualcuna riesca a battere questa Semenya è fantascienza. Con la consueta autorevolezza e senza apparente sforzo, l’imperturbabile sudafricana campionessa olimpica ha liquidato anche la formalità della semifinale negli 800. Il suo 1’58”90 è il miglior tempo di accesso alla finale di domenica sera dove non è escluso che possa ripetersi il discusso podio di Rio con le altre due “intersex” Francine Niyonsaba e Margaret Wambui, stasera promosse nella più lenta delle semifinali: la burundiana 2’01”11, la keniana 2’01”19 con una scarpa slacciata. Polemiche garantite. Tra le “non iperandrogine” quella che ha destato le migliori impressioni è l’americana Ajee Wilson (1’59”21), in crescita anche la polacca Angelica Cichocka (1’59”32).
PEARSON C’È — Bentornata Sally Pearson nei 100 hs: l’australiana che qui vinse l’oro olimpico ha stampato il tempo più veloce delle semifinali (12”53, +0.5), in uno stadio carissimo a lei, ma anche alla primatista del mondo Kendra Harrison che proprio a Londra migliorò il world record lo scorso anno (12”20), salvo non poter partecipare ai Giochi perché sconfitta ai trials. Stasera ha acciuffato il pass per la finale grazie ai tempi di recupero: ottavo crono, l’ultimo, il suo 12”86 (+0.2), e qualificazione guadagnata per un centesimo ai danni della norvegese Isabelle Pedersen (12”87). Altre tre americane in finale (Dawn Harper-Nelson, Christina Manning, Nia Ali) nella specialità che fu un monopolio a stelle e strisce a Rio 2016. Curiosità: in finale anche l’eptatleta olandese Nadine Visser che a questi Mondiali era stata settima e aveva impressionato proprio negli ostacoli, il suo territorio prediletto.
KIPROP PER IL POKER — La semifinale più tirata dei 1500 è la seconda. Logico: i ritmi non forsennati della prima lasciavano aperte le porte per i tempi di recupero. Così il ceco Jakub Holusa (3’38”05) ha messo piede in finale con il primo crono, e il bronzo di Rio, il neozelandese Nick Willis è ricorso proprio ai ripescaggi (3’38”68): sarà l’unico del podio olimpico 2016 in finale, dopo il k.o. dell’americano Centrowitz in batteria e il forfait preventivo dell’algerino Makhloufi. Più rilassati i maggiori indiziati per il successo, i keniani Elijah Motonei Manangoi (3’40”10) e soprattutto il tre volte iridato Asbel Kiprop (3’40”14) che domenica sera andrà a a caccia del quarto successo consecutivo.
DECATHLON — Kevin Mayer ha tutte le carte in regola per aggiudicarsi il primo titolo mondiale dell’era post-Eaton. Il superman francese ha concluso al comando la prima giornata del decathlon (4478 punti) migliorandosi in serata nei 400 (48”26), anche se il tedesco Kai Kazmirek in virtù dei primi posti nell’alto e al giro di pista ha scalato la classifica fino alla seconda piazza provvisoria (4421) dopo cinque prove.

Mondiali, Tamberi fuori dalla finale: con 2.29 è il primo escluso
Gimbo migliora il personale stagionale dell'alto di un centimetro, ma non basta. Con tre errori (a 2.22, 2.27 e 2.29) finisce 13° ed e il primo degli eliminati. Gli sarebbe servito saltare 2.31
Il primo degli eliminati: Gimbo Tamberi si arrampica con cuore e carattere fino a 2.29, personale stagionale migliorato di un centimetro, ma non basta. Paga a carissimo prezzo i tre errori commessi nel corso della gara (uno a testa a 2.22, 2.26 e allo stesso 2.29), si ritrova tredicesimo (pur a pari misura con sette promossi) e, tra giustificate lacrime, con in mano un pugno di mosche: Ma certo gli si può rimproverare nulla. Anzi, considerando le traversie del suo ultimo anno, c’è solo da applaudirlo.
L'AMBIENTE — Lo stadio olimpico, illuminato dal sole, per la prima volta presenta vuoti vistosi. Ma la “curva” dell’alto, ciò nonostante, è piena ai limiti della capienza. E Gianmarco ci va a nozze: prima di ogni tentativo, come da tradizione, “chiama” il pubblico ritmando l’applauso. E il pubblico, che per lui ha un debole, gli va dietro. La barba piena (è solo una qualificazione...), la chioma fluente, il tricolore sulla spalla sinistra, una scarpa diversa dall’altra: Gimbo è tirato come una corda di violino. E sembra quello delle migliori occasioni. Ma non può esserlo. Le due operazioni alla caviglia sinistra e le relative rieducazioni dell’ultimo anno hanno lasciato il segno.
LA GARA — E infatti: l’esordio a 2.17 va a buon fine, ma l’asticella traballa. Dei ventisette atleti in gara (divisi su due pedane), in otto falliscono il primo tentativo, in sette vanno oltre al secondo. Solo lo statunitense Erik Kynard, vecchia conoscenza, si ferma per rinuncia e un probabile infortunio. I suoi Mondiali finiscono subito. Si va a 2.22: la prima prova di Tamberi (come quella di nove altri) è nulla. Il finanziere, però, alla seconda si riscatta. Con le unghie, coi i denti e un pizzico di fortuna: l’asticella oscilla sui ritti ancora più pericolosamente di prima, ma miracolosamente resta su. Ci lascia le penne solo Jeron Robinson, un altro statunitense. Gimbo, a questo punto, è 17° (con 25 atleti ancora in gara). E i promossi saranno solo dodici.
ALLA SECONDA — E’ ovvio che il 2.26 sarà già quota delicata. Gimbo, alla prima, mostra qualche incertezza negli ultimi appoggi della rincorsa, si “siede” sull’asticella e il nullo è abbastanza netto. Ma il copione si ripete: la dea bendata, alla seconda prova, gli dà una mano e la misura è superata. Alla prima, col russo neutrale Danil Lysenko in grande spolvero (per non dire di Mutaz Barshim) e l’ucraino Bohdan Bondareno che invece sembra tenuto insieme con lo scotch, ci sono riusciti in dieci. Escono solo in quattro, il cinese Zhang Guowei compreso e Tamberi è 16° (su 21). Non basta, ovviamente.
QUOTA VERITÀ — La gara si potrebbe fare a 2.29: per l’anconetano, in pedana una pila elettrica, vale (anche) lo stagionale. Fare la misura al primo tentativo potrebbe equivalere a un grande passo avanti verso la promozione. Ma l’errore, invece, è chiaro. Sono in sette a centrare subito l’obiettivo. E per cinque il percorso è ancora netto. Al gruppetto si aggiunge anche un indiavolato Tamberi: il ragazzo, si sa, ha carattere da vendere. Ed è soprattutto grazie a quello che il volo, stavolta, è pressoché perfetto. Ed è un cm oltre quanto superato dal giorno del ritorno. Il problema è che a superar la misura, in una giornata dalle condizioni evidentemente favorevoli, sono in sedici (con l’azzurro 13° con i suoi tre errori) e quindi si deve andare avanti.
L'IMPRESA — A 2.31: e per Gimbo, ai fini della qualificazione, è obbligatorio riuscire nell’impresa. Perché di questa, è chiaro, si tratta. A prescindere da quel che faranno gli avversari. Dipende solo ed esclusivamente da lui. Il primo tentativo è nullo. E non è una novità... Ma anche il secondo: e l’impressione è che il marchigiano, dopo un’ora e mezza ad altissima tensione e nove salti, cominci ad avere le pile un po’ scariche. Tutto in una prova: non va. E’ il tentativo più vicino dei tre, ma non c’è niente da fare. Quel po’ di fortuna che lo ha aiutato in precedenza, stavolta gli gira brutalmente le spalle. Gimbo è il primo degli esclusi. Oltre la quota vanno Barshim, Bondarenko, Lysenko, il tedesco Przbylko, il bulgaro Ivanov e il britannico Grabarz. Ma, con lo stesso 2.29 di Gianmarco, sono promossi anche l’altro russo neutrale Ivanyuk, lo statunitense McBride, il siriano Ghazal, il messicano Rivera, il secondo tedesco Onnen e il cinese Yu Wang. Domenica la finale. Senza Tamberi.
IL RESTO — Nelle batterie dei 100 hs, con 12”60, la migliore è la grande favorita, la statunitense Kendra Harrison. Nella qualificazione del disco, la croata Sandra Perkovic, dopo un nullo, spara l’attrezzo a un più che convincente 69.67. Nei 100 della prima prova del decathlon, con 10”50, il più veloce è il canadese Damian Warner, ma il campione olimpico, il francese Kevin Mayer, con 10”70 è ottimo quarto con tanto di personale. Nel lungo invece, con 7.65, primeggia il thailandese Sutthisak Singkhon e dopo due prove – per quel che conta – la leadership, con 1898 punti, è del tedesco Rico Freimuth.

Mondiali: Tortu 6° in semifinale nei 200 con 20"62. Rischia Van Niekerk
Il giovane talento azzurro si fa valere contro i marziani e si lascia alle spalle anche i quotati Simbine e Dwyer: "Il più bel 200 della mia vita". Il sudafricano (20"28) passa grazie ai tempi di ripescaggio. Miller-Uibo si inceppa nel finale di 400, l'oro è dell'americana Francis. Felix eguaglia Ottey: 14 medaglie mondiali. Avanti l'azzurro Lingua, fuori Falloni, Strati e Bertoni
Tutta esperienza. Tutte situazioni che saprà gestire ancora meglio. Tutti momenti che torneranno utili quando sarà pronto per confrontarsi a questi livelli con i marziani. È terminata in semifinale l’avventura di Filippo Tortu ai Mondiali di Londra, in una serata fredda e condizionata dalla pioggia battente. Il 19enne più talentuoso della nostra atletica si è fatto valere nei 200 con un buonissimo sesto posto e un 20"62 ventoso (+2.1). La finale, va da sé, era impossibile da raggiungere ma è piaciuto l'atteggiamento con cui ha aggredito la curva e si è lasciato andare nella fase lanciata, azionando le sue leve potenti e tirando fino all'ultimo centimetro. Vedere Tortu davanti al sudafricano Akani Simbine (stesso tempo), uomo da 19"95, o al giamaicano Rasheed Dwyer che due anni fa corse 19"80, è davvero un piacere. E un messaggio al futuro. Questa nuova stellina brianzola, sarda d'origine, ora è numero 17 al mondo. Il settimo duecentista in Europa.
SODDISFAZIONE — "È il più bel 200 della mia vita, vale più del 20"34 di Roma", ha commentato a caldo del campione europeo juniores. "Ho pensato a rimanere concentrato e rilassato nel finale e mi sono visto sempre più vicino a Simbine, poi alla fine mi stavo cappottando. Sono contento, non sono arrivato ultimo in semifinale e ho battuto un atleta finalista dei 100 metri. Il futuro? Mi fido ciecamente di mio padre Salvino. Questo è il risultato di un anno difficile che mi ha dato molta sicurezza sulle mie capacità e sulle sue di allenare". Quando parla di "anno difficile" fa riferimento al mese di stop dopo il Golden Gala di Roma, per la storta alla caviglia sinistra rimediata sull'ultimo gradino della scalinata di piazza di Spagna, nella Capitale. Un episodio che poteva demoralizzarlo. E invece no, eccolo qua. In mezzo ai fenomeni.
BRIVIDO VAN NIEKERK — Nella stessa semifinale di Tortu, la prima delle tre, ha corso pure ha Isaac Makwala, il botswano protagonista suo malgrado delle ultime ventiquattro ore per l’esclusione dalla finale dei 400 e la successiva riammissione alla batterie dei 200, divorata nel tardo pomeriggio di oggi in solitaria. In semifinale (20"14) l'ha battuto soltanto l'americano Isiah Young (20"12). Può competere con Van Niekerk? La risposta, a giudicare dal Van Niekerk di stasera è sì. Per carità, era il suo quinto turno in cinque giorni, avrà anche dosato in vista della finale di domani, ma il sudafricano non è parso brillantissimo e ha rischiato l'eliminazione a sorpresa: terzo nella sua semifinale con 20"28 (dietro al 20"17 del turco Guliyev e al 20"22 dell'americano Webb), settimo tempo complessivo e il brivido di dover ricorrere ai tempi di ripescaggio per qualificarsi. "Sono stato contento di veder uscire il mio nome sul tabellone...". Il timore è che gli fosse piombato avanti il francese Christophe Lemaitre, rimasto però dietro soltanto di due centesimi (20"30). Quei due centesimi che hanno permesso a Van Niekerk di evitare l'inatteso naufragio. Chi sta piacendo sempre più, turno dopo turno, è invece il trinidegno Jereem Richards, stasera 20"14. Ciao ciao Yohan Blake: con 20"52 è fuori dalla finale. Lui, e pure la Giamaica. E questa qui ha vagamente i tratti di una notizia.
PSICODRAMMA MILLER-UIBO — L'imponderabile negli ultimi trenta metri thriller dei 400. È letteralmente scoppiata l'olimpionica Shaunae Miller-Uibo che veleggiava verso un nuovo oro del giro di pista dopo il "tuffo" di Rio 2016. Non aveva ancora fatto i conti con la classica "botta", incubo dei quattrocentisti: le gambe, di colpo, hanno iniziato a non mulinare più, hanno fatto pagare il conto di un passaggio garibaldino ai 200 e la Miller ha faticato a concludere in piedi la sua prova, mentre da dietro risalivano la coraggiosa americana Phyllis Francis a cui non è sembrato vero ritrovarsi prima (49"92), con la 19enne rivelazione del Bahrain Salwa Eid Naser in spinta (argento 50"06) e l'americana Allyson Felix (terza, 50"08) a stringere i denti. Tenace e fortunata, non più irresistibile: con questo bronzo la Felix ha eguagliato Merlene Ottey nel medagliere all-time dei Mondiali con 14 medaglie. Dell'olimpionica cinese Lijiao Gong l'oro del peso (19.94) con altre due sopra i diciannove metri: l'ungherese Anita Marton (19.49) e l'americana Michelle Carter (19.14).
OSTACOLI NORVEGIA — Poche settimane fa agli Europei Under 23 in Polonia si era presentato con l'intento (folle) di conquistare l'oro sia nei 400 hs che nei 400. Il proposito è mancato di poco - ha vinto soltanto con le barriere in mezzo, argento nei 400 - ma nella notte piovosa di Londra il norvegese Karsten Warholm ha impressionato: 21 anni, fino a un paio di stagioni fa era un decatleta di discreto livello mondiale, stasera ha festeggiato con il copricapo da vichingo. Tatticamente spettacolari i suoi 400 hs, distribuiti alla perfezione (48"35), con l'americano Kerron Clement che si è dannato per rimontarlo negli ultimi due ostacoli (poi bronzo, 48"52) ma al contempo infilato dal turco-cubano Yasmani Copello (argento, 48"49). La Norvegia si riprende un oro in pista a trent'anni dai 10.ooo di Ingrid Kristiansen a Roma nel 1987.
GLI ALTRI AZZURRI — Rocambolesco, per certi versi, l'ingresso in finale di Marco Lingua nel martello: “Avevo iniziato con una misura molto buona, per una volta che c’ero...”, ha detto prima di conoscere l’esito del secondo gruppo di qualificazione, conservando un filo di speranza alla luce di un nono posto nel primo gruppo che non lo tagliava fuori, ma quasi. Poi, nel secondo raggruppamento sono riusciti soltanto in tre a far meglio del suo 74.41, così il ligure ha potuto gioire con l'ultima misura di ingresso. Peccato per l'altro azzurro, il romano Simone Falloni: "Stavo attraversando un periodo molto positivo in allenamento", ha sottolineato, ma è troppo poco 69.90 più due nulli. Nel lungo non è decollata Laura Strati. La vicentina che ha scelto Madrid per lavorare da traduttrice e continuare ad allenarsi, ha pagato la pedana allagata e nel lungo non ha fatto meglio di 6.21, a dispetto di un recente stagionale di 6.72 siglato in Spagna che l’aveva resa la terza lunghista azzurra della storia. Nessuna si è spinta al 6.75 della qualificazione (Darya Klishina la migliore con 6.66) e con 6.47 avrebbe messo al calduccio il biglietto per la finale, ma stasera la saltatrice ha faticato: oltre al 6.21 anche un nullo e un 6.19. “Non sono assolutamente soddisfatta, le condizioni sfavorevoli c’erano per tutte, io ho aggiunto errori miei - ha ammesso la Strati -. Mi assumo le mie responsabilità. Comunque sto maturando, ora mi devo stabilizzare dai 6.60 in su”. Fuori anche Francesca Bertoni nelle batterie dei 3000 siepi, lontana dai suoi massimi: “Oggi la finale non era alla mia portata, ma ho lottato e ne vado fiera”, la valutazione della modenese dopo il 10’01”31, distante dall’ultimo tempo di recupero: 9’35”78.
FARAH — Si è rivisto Mo Farah, nei 5000, trascinato dal solito entusiasmo dello stadio olimpico. Stasera gli africani hanno deposto le armi: era soltanto una qualificazione. Ma per la finale di sabato c’è da attendersi un nuovo “tutti contro Farah” per impedirgli la doppietta d’oro dopo il trionfo dei 10.000. In pieno controllo, il britannico di origine somala ha chiuso in un comodo 13’30”18, a braccetto con l’etiope Yomif Kejelcha (13’30”07). Qualche scorribanda in più nella seconda batteria che poteva calibrare il ritmo sulla base dei tempi di ripescaggio e ha visto prevalere il giovanissimo (ancora allievo, è 2000) campione del mondo juniores e under 18, l’etiope Selemon Barega: 13’21”50. Farah ha trovato un rivale?

 

Mondiali: Van Niekerk si prende i 400, Makwala escluso tra le polemiche
Il sudafricano si risparmia in vista della doppietta con i 200 e chiude in un "normale" 43"98. La Iaaf esclude il suo rivale del Botswana dopo l'intossicazione alimentare. Lavillenie: ancora maledizione mondiale nell'asta, vince Kendricks. Sorpresa Bosse negli 800
La prima è andata. Senza record del mondo, senza lo spettacolo che ci si sarebbe potuto aspettare - ecco cosa lo differenzia ancora da Usain Bolt - ma la barriera dei 43 secondi ha comunque i mesi contati. La maratona di Wayde Van Niekerk (sei gare in sei giorni) ha incrociato stasera la prima miniera d'oro nei 400 metri. Il fenomeno sudafricano primatista del mondo, considerato l'erede "tecnico" di Bolt, ha corso contro gli avversari e non contro il cronometro. Gli bastava la medaglia d'oro, primo step del suo tentativo di emulare il Michael Johnson di Goteborg 1995, l'unico capace di ricoprirsi d'oro nei 200 e nei 400 nella stessa edizione. La stella coltivata (anche a Gemona del Friuli) da Ans Botha, bisnonna sprint, si è limitato a un normalissimo (per lui) 43"98, frenando letteralmente negli ultimi trenta metri.
IL GIALLO — Serata fredda, quindici gradi o giù di lì, temperature che certo non favorivano risultati epocali. In più, mancava il rivale diretto ed è stato un peccato veder vuota quella settima corsia. Inflessibile la Iaaf: per evitare un rischio contagio, Isaac Makwala è stato estromesso dalla competizione dopo l'intossicazione alimentare patita ieri sera in albergo, che lo aveva fatto fuori anche dalle batterie dei 200. Sul web si è diffuso un video, presto virale, con il botswano fermato all'ingresso dello stadio. Sui social, "Badman" Makwala ha poi precisato di non essere stato visitato da alcun dottore e di essere in piena forma. Delusissimo, ha individuato nel "governo britannico" il responsabile della sua esclusione. Un giallo che un qualche impatto sul livello della gara lo ha avuto, perché per Van Niekerk avrebbe dovuto dare almeno un filo di gas in più e ne avrebbe giovato lo show. Gli è bastato invece il minimo sindacale per avere ragione dell'elegante bahamense Steven Gardiner (44"41) e del ventenne qatariota Abdalelah Harouin (44"48), già oro mondiale juniores, giustiziere dell'altro botswano Baboloki Thebe.
LAVILLENIE — No, è davvero una maledizione che non ha fine. Cinque mondiali, cinque schiaffi a Renaud Lavillenie. Il primatista del mondo non è riuscito nemmeno a Londra a infrangere il tabù mondiale. Stavolta non partiva da favorito, ruolo he spettava invece al militare americano Sam Kendricks, imbattuto per tutta la stagione e unico oltre i sei metri all'aperto nel 2017. Verticalizzazione da manuale del salto con l'alta, fase di svincolo da far vedere ai ragazzini: Kendricks si è meritato il titolo mondiale con 5.95. Il povero Lavillenie si è dovuto accontentare del bronzo (5.89), con la stessa misura dell'argento Piotr Lisek ma con più errori, e ha provato a far saltare il banco con il volo finale (mancato) a 6.01. L'oro iridato resta stregato.
EUROPA 800 — Sorpresa Europa negli 800. Il dopo Rudisha è di Pierre-Ambroise Bosse: ultimi 150 metri da fuoriclasse per il francese, incredulo al traguardo dopo la traversata da 1'44"67. La notizia è che l'Africa è soltanto terza, perché il solito finale arrembante del polacco Adam Kzsczot (1'44"95), una sola vocale ma gambe e coraggio da vendere, ha scalzato dall'argento il keniano campione del mondo juniores Kipyegon Bett (bronzo in 1'45"21), completando la serataccia del Botswana che ha dovuto anche digerire Nijel Amos fuori dal podio, soltanto quinto, risucchiato pure dalla rivelazione britannica, il 21enne Kyle Langford, ottimo quarto.
KIPRUTO — Sempre, fortissimamente, Kenya. Ci hanno provato il marocchino Soufiane El Bakkali e l'americano Evan Jager a interrompere il trentennale dominio nei 3000 siepi degli atleti nati in Kenya (l'ultimo a riuscirvi è stato Francesco Panetta nel 1987 a Roma). In un appassionante ultimo giro, il campione olimpico Conseslus Kipruto (8'14"12) ha bruciato El Bakkali (8'14"49) e Jager (8'15"53) nel braccio di ferro a tre, lanciato proprio dall'americano che aveva sfilacciato il gruppo con il suo forcing nel penultimo giro. Jager, dopo l'argento dello scorso anno a Rio, ha portato per la prima volta gli Stati Uniti sul podio mondiale delle siepi, mentre il saluto mondiale del mito Ezekiel Kemboi, vincitore delle ultime quattro edizioni, ha coinciso con l'undicesimo posto. Lascerà lo sport il 20 agosto ad Amatrice negli 8.5 km dell'Amatrice-Configno, a lui carissimi per il rapporto speciale che lo lega al patron Bruno D'Alessio, e quest'anno ancor di più visto il dramma vissuto dal borgo del Centro Italia devastato dal sisma.
SPOTAKOVA — Diciamolo: a Jan Zelezny questi Mondiali interessano per due motivi. Il secondo è capire se dopo Londra sarà ancora il padrone del record del mondo nel giavellotto: molto probabile, ma non più così scontato vista la stagione inaudita dei tedeschi Vetter e Rohler, mai così vicini al suo faraonico 98.48 del 1996. Questo però era il secondo motivo. Il primo? La medaglia d'oro della sua "pupilla" Barbora Spotakova, primatista del mondo anch'essa, a tal punto riconoscente al suo coach da chiamare Janek il figlioletto, in suo onore. Risaliva a dieci anni fa il suo primo titolo mondiale: Daegu, Corea del Sud. E a Londra cinque anni fa aveva bissato l'oro olimpico già conquistato a Pechino. Stasera, la 36enne ceca l'ha spuntata nel confronto generazionale con l'olimpionica di Rio Sara Kolak (22 anni), catapultando il giavellotto a 66.76. A completare il podio, due lanciatrici cinesi: Lingwei Li (66.25) e Huihui Lyu (65.26), con la croata soltanto quarta (64.95).
SCHIPPERS VS MILLER — I 200 perdono la protagonista più attesa. L'americana Tori Bowie, principessa dei 100, non si è presentata sui blocchi della distanza doppia sulla quale detiene la leadership mondiale dell'anno. Motivo? Si fa ancora sentire la caduta dopo il traguardo dei 100. Niente doppietta, dunque, e la roulette per l'oro si restringe alla campionessa del mondo in carica, l'olandese food-blogger Dafne Schippers (22"63 in batteria), all'oro olimpico dei 400 Shaunae Miller-Uibo (22"69) e, al limite, all'ivoriana argento dei 100 Maria Josee Ta-Lou (22"70). Per eventuali sorprese, rivolgersi alla 21enne britannica Dina Asher-Smith: cinque anni fa ai Giochi la sprinter del sobborgo londinese di Bromley portava la cesta alla regina dell'eptathlon Jessica Ennis; ora, nello stesso stadio, infiamma il pubblico con la batteria da 22"73.
AZZURRE K.O. — Tutte fuori le azzurre, in una serata da dimenticare per la nostra spedizione. Male nelle batterie dei 200 Gloria Hooper (23"51) e Irene Siragusa (23"73), male anche Yadis Pedroso (55"95) e Ayo Folorunso (56"47) nelle semifinali dei 400 hs. Per la Hooper un'eliminazione che sa di beffa: fuori per un solo centesimo. E pure negli ostacoli l'ultimo tempo di ripescaggio non era così estraneo, almeno alla Pedroso: serviva 55"45. Facile dirlo, molto meno farlo, in una serata londinese così rigida.

 

Mondiali: Semenya battuta nei 1500, McLeod oro con dedica a Bolt
La sudafricana solo bronzo nella nuova distanza. Il giamaicano oro nei 110hs nel nome di Usain per riscattare parzialmente le delusioni della velocità. Rojas e Wlodarczyk campionesse del triplo e del martello. Van Niekerk passeggia in batteria nei 200
La vera Caster Semenya la vedremo sugli 800: questo era soltanto un assaggio. È sfumata la doppietta d’oro ai Mondiali di Londra per la sudafricana campionessa olimpica del doppio giro di pista, che per questa edizione aveva deciso di preparare anche i 1500. Nella finalissima, ha guadagnato una medaglia di bronzo con un gran rettilineo conclusivo che le ha permesso di afferrare il podio (4’02”90), dopo una prima parte di gara più conservativa e la necessità di allargarsi per tutto l’ultimo giro in seconda corsia. L’oro è andato alla favorita, la campionessa olimpica keniana Faith Kipyegon (4’02”59) che ha resistito alla rimonta della Semenya. Ha retto anche l’americana Jennifer Simpson, argento in 4’02”76. Hanno pagato invece negli ultimi trenta metri la campionessa europea indoor Laura Muir (4’02”97) e l’olandese Sifan Hassan (4’03”34), entrambe scalzate in volata dalla 26enne sudafricana. Giovedì la Semenya tornerà in pista per le batterie degli 800 nella specialità che le è più è confacente e nella quale spesso è sembrata limitarsi, per evitare di alimentare le polemiche, già accesissime, intorno al suo iperandrogenismo. I cui vantaggi sulle prestazioni sportive, di recente, sono stati dimostrati da un autorevole studio di Stephane Bermon e Pierre-Yves Garnier pubblicato sul “British Journal of Sports Medicine”.
RISCATTO GIAMAICA — Un Mondiale da incubo raddrizzato dagli ostacoli. Prova a consolarsi con Omar McLeod questa povera Giamaica che in due serate ha masticato amaro con il tonfo di Bolt e la disfatta di Elaine Thompson. Stasera, tra le barriere alte, una mezza rivincita se l’è presa il campione olimpico. “Dedico questa vittoria a Usain Bolt”, ha detto McLeod dopo il 13”04 con cui ha regalato per la prima volta nella storia l’oro mondiale al suo paese. Sabato potrebbe partecipare all’ultimissima recita del Lampo con una frazione nella staffetta 4x100. Sul podio degli ostacoli sventola anche la bandiera degli “Ana”, gli atleti neutrali autorizzati, i russi riammessi dopo essere stati bannati da Rio: il campione del mondo uscente Sergey Shubenkov si è riscattato con l’argento (13”14). E colpisce trovare l’Ungheria a medaglia negli ostacoli. È una prima assoluta: Balazs Baji (13”28) ha buttato giù del podio Garfield Darien (13”30) e Aries Merritt (13”31).
LE ALTRE MEDAGLIE — Ha gareggiato con il guanto di Kamila Skolimowska: era amica strettissima con la campionessa olimpica di Sydney 2000 che morì per un'embolia polmonare. Anita Wlodarczyk per la terza volta si è laureata campionessa del mondo del martello. E questo, tutto sommato, non era in discussione. C'era invece curiosità per capire se avrebbe potuto superare il suo record del mondo, sfiorato pochi giorni prima del Mondiale. Stasera però la bionda lanciatrice, due volte campionessa olimpica, non ha picchiato come al solito e si è fermata a 77.90, col brivido dei primi tre lanci che stavano per lasciarla fuori dalle otto finaliste. Sul podio ha trascinato l'altro polacca Malwina Kopron (bronzo, 74.76), battuta dall'argento cinese Zheng Wang (75.98). Appassionante il duello del triplo. Allenata da Ivan Pedroso, Yulimar Rojas è decollata al quinto salto: fino a lì, il timone della finale del triplo lo teneva saldo la campionessa olimpica e mondiale in carica Caterine Ibarguen (14.89). Il 14.91 della venezuelana già oro mondiale indoor e argento a Rio ha però ribaltato il destino di una finale decisa in due centimetri, con l’assalto della Ibarguen al sesto salto terminato a 14.88. Bronzo kazako: Olga Rypakova 14.77.
VAN NIEKERK — Nei 200 di Filippo Tortu (il 20"59 è il tempo più alto tra i qualificati), la vera sorpresa è l'assenza di Isaac Makwala, l'unico che alla vigilia avrebbe potuto impensierire Wayde Van Niekerk nella folle idea di mettere le mani su 200 e 400. Via il canadese De Grasse prima di iniziare, via pure il primatista mondiale stagionale del Botswana, ora appare davvero in discesa la strada del sudafricano, stasera alla terza uscita in tre giorni: domani correrà la finale dei 400 (contro Makwala) per far tremare il record del mondo. Intanto, la risata che si è fatto con il britannico Talbot mentre completavano a braccetto la batteria dei 200 è l'immagine della superiorità e delle certezze tecniche granitiche di questo fenomeno. Passeggiata di salute in 20"16 e formalità archiviata. Spumeggiante il duecento del trinidegno Jereem Richards che ha sparato un super 20"05 in batteria, meglio pure del 20"08 del britannico Nethaneel Mitchell-Blake.
GLI AZZURRI — Oltre a Filippo Tortu, avanza in semifinale anche Ayomide Folorunso, coraggiosa quarta nella sua batteria dei 400 hs. Delle tre azzurre impegnate tra le barriere, la fidentina di origine nigeriana campionessa europea under 23 è stata la prima a superare il taglio, peraltro con lo stagionale di 55"65. Con qualche apprensione in più si è qualificata la primatista italiana Yadis Pedroso che ha beneficiato dei tempi di ripescaggio (56"41), fuori invece Marzia Caravelli, quinta nella sua batteria ma con tempo decisamente alto (56"92). In semifinale è terminato il Mondiale di Jose Bencosme, deluso nei 400 hs per il lento 50"29.
FELIX — Londra scopre anche nuovi personaggi. Va matta per Kim Kardashian, ha i capelli ossigenati e due anni fa alla rassegna iridata under 18 (che vinse) raggiunse una certa popolarità perché copriva il capo con un velo. Salwa Eid Naser, 19 anni, mamma nigeriana e papà del Bahrain (la nazione di cui indossa i colori) ha migliorato il suo primato nazionale, 50"08, e si è concessa il lusso di battere in una semifinale mondiale la reginetta Allyson Felix (50"12), l'americana che va a caccia di altra due medaglie per superare Merlene Ottey nel medagliere di sempre. Non le renderà facile la vita la campionessa olimpica Shaunae Miller-Uibo, 50”36, pronta a tuffarsi (servirà di nuovo?) sulla medaglia più preziosa come a Rio.
TAYLOR — L'importanza di chiamarsi Christian. Nel triplo, almeno stasera, è stato un fattore perché Chris Benard (17.20), Christian Taylor (17.15) e Cristian Napoles (17.06) hanno passato il turno con le misure più lunghe, unici oltre la soglia dei diciassette metri che garantiva la qualificazione diretta. Taylor (18.11 quest'anno) ha già fissato le proprie ambizioni per la finale: "Fare il record del mondo qui? Perché no, l'ho promesso a me stesso".

 

Mondiali: la maratona è keniana. Meucci ottimo sesto
L’azzurro, nella gara vinta dal keniano Kirui, chiude con lo stesso tempo del 5° e il personale (2h10’54”), migliorando di tre piazze il risultato di Pechino 2015: “Ho corso con intelligenza, ma ho pagato il finale”. Bencosme promosso nella semifinale dei 400 hs: 49”71
Daniele Meucci non tradisce: il pisano, con una prova coraggiosa, chiude la maratona iridata a un prestigioso sesto posto, tornando protagonista ai vertici internazionali dopo due anni complicati. L’azzurro, nella gara vinta dal 24enne keniano Geoffrey Kirui, chiude con lo stesso tempo del sesto, l’altro keniano Gideon Kipketer. Gran recupero finale.
LA GARA — La sua è stata una prova di grande acume tattico: non ha risposto ai primi attacchi africani, ha proseguito col suo ritmo e man mano ha recuperato avversari. Solo dal 35° km ha accusato la fatica, spegnendo le speranze di un possibile piazzamento da podio. Niente da fare, intanto, per Stefano La Rosa, costretto al ritiro dopo essere transitato al 25° posto al 30° km in 1h34’46”. «Strappavano – racconta Meucci commosso mentre saluta coach Massimo Magnani, in Italia per i postumi di un intervento chirurgico – ho preferito andare avanti col mio passo e recuperare poi con calma. Peccato per il mancato sorpasso su Kipketer: ci ho provato fino all’ultimo metro. Fino al terzo dei quattro giri mi sono sentito molto bene, poi ho avvertito la fatica e, correndo molti km da solo, il vento in faccia. Ma sono soddisfatto perché ho dato tutto. A Massimo devo molto: ha continuato a credere in me anche quando avrei voluto mollare». La delusione dell’Olimpiade di Rio può così essere dimenticata. IL PODIO Kirui, atleta seguito dal torinese Renato Canova e vincitore dell’ultima maratona di Boston, in fuga dopo la mezza (1h05’28”) con l’etiope Tola e lo stesso Kipketer, compie l’azione decisiva poco dopo il 30° km e chiude indisturbato in 2h08’27”. Tola, a Londra vincitore della classica dell’aprile scorso e accredito della miglior prestazione del lotto, si spegne, ma con 2h09’49” resiste al ritorno del tanzaniano Alphonse Simbu (2h09’51”). Il britannico Callum Hawkins, quarto con 2h10’17” e miglior europeo, manda in visibilio i 150.000 e oltre spettatori distribuiti lungo il percorso.
OSTACOLI BASSI — Lo stadio londinese porta bene a Jose Bencosme. Qui il cuneese, nel 2012, centrò la semifinale olimpica. Qui, cinque anni più tardi, centra la semifinale mondiale. In mezzo un’infinità di problemi fisici, un’assenza prolungata dalle scene e un tunnel dal quale uscire sembrava quasi impossibile. Invece, con grande caparbietà, strappando il minimo in extremis, è tornato e ora, quarto nella propria batteria in 49”79 (correndo con pochi punti di riferimento), ottiene la promozione diretta (col 19° tempo complessivo). Disco rosso, invece, per Lorenzo Vergani: il suo sesto posto in 50”37 lo colloca al 29° posto: per passare sarebbe servito un 50”12. Con Yasmani Copello, turco-cubano d’Italia, il migliore di giornata (49”13), sorprende l’eliminazione del leader mondiale stagionale, il 20enne Kyron McMaster, portacolori delle Isole Vergini Britanniche, squalificato per invasione di corsia.
SIEPI — Tre azzurri, altrettanti eliminati. Però il 23enne Ala Zoghlami, trapanese di origini tunisine allenato da Gaspare Polizzi, è sfortunato. Con 8’26”18 migliora il personale di 3”08, ma con 16° crono complessivo è il primo degli esclusi dalla finale per la miseria di 32/100. Avrebbe meritato miglior sorte. Più opachi, invece, Abdoullah Bamoussa (26° con 8’34”86) e Yoghi Chiappinelli (30° con 8’36”48). Passano tre keniani su quattro: il bocciato è Brimin Kipruto. Per il 16enne norvegese Jakon Ingebrigtsen eliminazione con 8’34”88.
400 DONNE — Niente da fare anche per Mariabenedicta Chigbolu: la romana, confinata nella nona corsia di una prima lenta batteria vinta al trotto da Allyson Felix, non va oltre un 53”00 (quarta col 40° tempo complessivo), con promosse le prime tre. Trenta centesimi meglio e sarebbe stata terza e quindi in semifinale. La migliore? Salwa Eid Naser, portacolori del Bahrein in 50”57.
IL RESTO — Con l’olimpionica belga Nafi Thiam in testa dopo sei di sette prove dell’eptathlon (6.57 in lungo e 53.93 di giavellotto), nella qualificazione dell’asta maschile (in otto a 5.70, il 18enne svedese Armand Duplantis compreso), brividi per lo statunitense Sam Kendricks e il polacco Pawel Wojciechowski che a 5.60 devono ricorrere al terzo tentativo, misura con la quale (fatta alla prima prova) vengono ripescati in quattro. Dalle batterie dei 110 hs esce uno dei favoriti, il giamaicano Levy, che si schianta contro la prima barriera, mentre il migliore, con 13”16, è lo statunitense Aries Merritt.

 

Mondiali: Sudafrica show nel lungo. Ayana marziana nei 10.000
Mayonga atterra a 8.48 e trascina al bronzo il connazionale Samaai. L'olimpionica e primatista del mondo etiope imbattibile sui 10 km
È la notte dell’addio. L’ultima notte di Usain Bolt sui 100 metri.Quella che si è conclusa nel modo più inatteso, con la sconfitta di Bolt e l'oro al collo del 35enne Justin Gatlin.
AYANA MARZIANA — Non c'è storia nei 10.000 femminili: è di un altro pianeta la campionessa olimpica e primatista del mondo Almaz Ayana. Il tentativo della turca Yasemin Can di restarle in scia dura poco meno di metà gara, poi inizia la cavalcata solitaria dell'etiope che incrementa il proprio vantaggio su tutte le rivali (finale 30'16"32, miglior tempo dell'anno, 46 secondi meglio delle avversarie), compresa la due volte campionessa olimpica Tirunesh Dibaba che afferra l'argento nella volata finale contro la keniana Agnes Jebet Tirop.
SALTO IN LUVO — Manyonga, e chi sennò? Il sudafricano rivelazione della stagione si mette al collo l'oro del lungo. Misura meno lunare di quelle squadernate quest'anno, stasera "basta" un 8.48 per tenere a bada l'effervescente americano Jarrion Lawson, atterrato all'ultimo salto a 8.44. Ancora Sudafrica sul podio per la medaglia di bronzo, pizzicata da Ruswahl Samaai con l'8.32 che esclude dal podio il russo (sotto bandiera Iaaf) Aleksandr Menkov, 8.27.
DISCO LITUANO — Al momento della verità, il dominatore della stagione del disco cede lo scettro: lo svedese Daniel Stahl si fa beffare per due minuscoli centimetri dal lituano Andrius Gudzius, che porta il proprio limite a 69.21 mentre il primatista mondiale dell'anno non va oltre 69.19. Bronzo all'americano Mason Finley (68.03).
SEMENYA FINALE — Vola in finale nei 1500 Caster Semenya: la discussa campionessa olimpica degli 800 firma il terzo tempo in semifinale (4'03"80) nella specialità meno frequentata. Parte da outsider ma prepara la sorpresa ai danni della campionessa olimpica Faith Kipyegon (4’03”54). Meglio della Semenya anche l'oro europeo indoor, la britannica Laura Muir (4'03"64). Facile Sifan Hassan (4'03"77), senza indugi la primatista mondiale Genzebe Dibaba (4'05"33). Si annuncia una finale da urlo con qualche fenomeno che resterà fuori dal podio.

metri alle Olimpiadi. Interessante quinto posto della irlandese Fionnuala McCormack, in prospettiva dell'EuroCross di Chia. Nel cross maschile successo di Aweke Ayalew (Bahrain, ex-Etiopia), che assieme all'ugandese Timothy Toroitich (secondo con lo stesso tempo) ha impedito a Imane Merga, terzo, di cogliere il sesto successo consecutivo nel classico cross in terra di Spagna. Fuori dai primi tre gente con garretti di qualità come Muktar Edris e Jairus Birech, quarto e quinto. Miglior europeo lo spagnolo Abadia, settimo.
Ritiri: Sanya Richards e Reese Hoffa
Danno l'addio all'atletica attiva due personaggi che hanno ricoperto un ruolo di primo piano negli ultimi tre lustri nell'atletica USA e internazionale: Sanya Richards-Ross, 31 anni, e Reese Hoffa, 39 anni. La quattrocentista lascia con quattro medaglie d'oro conquistate alle Olimpiadi, tre con la staffetta e quello individuale di Londra 2012 (oltre al bronzo di Pechino 2008), cinque titoli mondiali (individuale a Berlino 2009 e quattro con la 4x400) arricchiti da due argenti, un oro e tre argenti iridati indoor. Il 48.70 ottenuto nel 2009 a Atene le vale tuttora la settima prestazione mondiale all-time sui 400 metri. Svanita la partecipazione a Rio dopo il ritiro nei Trials, è stata commentatrice TV e è in preparazione un suo libro, in uscita il prossimo anno.
Il pesista Reese Hoffa ha garantito competitività, simpatia e spettacolo, raccogliendo meno di quanto meritasse, considerando i numerosi quarti posti (tre volte ai mondiali all'aperto, uno indoor) e i continui ingressi nelle finali importanti. Lascia con un personale di 22,43, tredicesima prestazione all-time all'aperto, il titolo di campione del mondo di Osaka e del mondiale indoor 2006, oltre a due argenti in altrettanti campionati del mondo al coperto. Alle Olimpiadi vanta il bronzo di Londra 2012. Ai Trials olimpici 2016 si è piazzato quinto, non guadagnandosi la selezione per Rio.

La mosca bianca di maratona
Nessun maratoneta caucasico tra i primi cento perfomer della specialità. Il migliore è Galen Rupp, il bronzo olimpico di Rio.
Dopo la New York Marathon è tempo di bilanci per il pianeta delle 42 km. Nel consueto festival africano di prestazioni di altissimo, alto e medio-alto livello, si ripropone anche nel 2016 la sparizione degli specialisti caucasici di genere maschile tra i primi 100 performers stagionali. Era già successo nel 2013 e nel 2010, il che peggiora la casistica. Significa che nessun maratoneta bianco ha guadagnato l'ingresso nel top-100 per tre volte negli ultimi sette anni. Il paradosso, nemmeno tanto a pensarci bene, è che il primo caucasico delle graduatorie della maratona, lo statunitense Galen Rupp (2h10:05, posizione provvisoria n. 109 nelle liste 2016), ha messo al collo il bronzo olimpico, potendosi presentare ad armi un po' più pari (limite di atleti per nazione) rispetto alle grandi maratone del calendario. Altro esempio: due azzurri tra i primi dieci nella maratona iridata di Pechino 2015, con Pertile quarto e Meucci ottavo. Ciò che latita è però la densità dei caucasici a livelli competitivi e soprattutto cronometrici. Due presenze caucasiche tra i migliori 100 l'anno scorso, due anche nel 2014, tre nel 2012, una nel 2011, due nel 2009 (con l'ultimo italiano tra i primi 100 del mondo, Ruggero Pertile), solo uno nel 2008 e la bellezza di dieci nel 2007. Ventuno presenze sulle mille disponibili.
LA STRADA SMARRITA - Se i caucasici piangono, le caucasiche non ridono: il contigente femminile nelle prime 100 stagionali è, al momento, ridotto a undici unità. Con una presenza più nutrita, le caucasiche sanno però fare appena meglio dei caucasici in zona medaglia, avendo centrato tre metalli nell'ultima decade di "global-events" (Olimpiadi e Mondiali), con Valeria Straneo, Tatyana Petrova e Constantina Dita, rispetto ai due podi degli uomini.
Oltre al bronzo olimpico di Rupp, c'è anche il bronzo dell'elvetico Röthlin a Osaka all'inizio del ciclo di dieci anni, fino a oggi. I caucasici più presenti tra i sopravvissuti del ciclone di prestazioni non-caucasiche (Africa subsahariana, e in netta minor misura Maghreb, Asia, statunitensi afroamericani, centro e sudamericani) sono lo statunitense Ryan Hall e il già citato Röthlin, tre volte ciascuno, nel top-100, poi due volte il polacco Szost e l'ucraino Sitkovskyy. Urge inversione di marcia, anzi di corsa.



 





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notiziario in linea del  Marathon Club Roma